Storie dell’archivio fotografico

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Il Barone di Giura era uno dei pochi fortunati che possedeva una raffinata villa lungo via Aventina, la ripida e stretta strada che conduceva verso il cosiddetto “Piccolo Aventino”, il lussuoso quartiere residenziale sorto intorno alla Basilica di San Saba. Nel 1931 il Governatorato di Roma decise di ampliare la strada. Fu proprio scavando nei pressi della sua villa che si scoprì che, anche nell’antichità, quell’area di Roma era destinata a residenze di altissimo livello: emersero infatti resti di una ricca domus decorata a mosaico e la statua di una giovane donna che venne prima definita “giovane sposa”, poi identificata come Musa. La statua fu immediatamente portata al Museo delle Terme dove, come sempre, i fotografi vennero incaricati di scattare delle immagini destinate alla pubblicazione sul Bollettino d’Arte. Lo scopo delle foto era far percepire la statua in tutta la sua bellezza, ma il disordine dei materiali archeologici accatastati nelle aule delle Terme rendeva difficile creare l’atmosfera necessaria: invece del consueto telo nero, ne venne allora approntato uno decorato con un paesaggio. Il risultato non dovette essere quello sperato: la foto della statua fu pubblicata senza sfondo e l’immagine fu scurita per migliorarne almeno la resa sul triste fondo bianco.  #StorieInArchivioMNR #MuseoNazionaleRomano #TermediDiocleziano #PalazzoMassimo  ©Archvio Fotografico MNR (inv. foto 5666)
Statua di giovane sposa dalla via Aventina

Il Barone di Giura era uno dei pochi fortunati che possedeva una raffinata villa lungo via Aventina, la ripida e stretta strada che conduceva verso il cosiddetto “Piccolo Aventino”, il lussuoso quartiere residenziale sorto intorno alla Basilica di San Saba. Nel 1931 il Governatorato di Roma decise di ampliare la strada. Fu proprio scavando nei pressi della sua villa che si scoprì che, anche nell’antichità, quell’area di Roma era destinata a residenze di altissimo livello: emersero infatti resti di una ricca domus decorata a mosaico e la statua di una giovane donna che venne prima definita “giovane sposa”, poi identificata come Musa. La statua fu immediatamente portata al Museo delle Terme dove, come sempre, i fotografi vennero incaricati di scattare delle immagini destinate alla pubblicazione sul Bollettino d’Arte. Lo scopo delle foto era far percepire la statua in tutta la sua bellezza, ma il disordine dei materiali archeologici accatastati nelle aule delle Terme rendeva difficile creare l’atmosfera necessaria: invece del consueto telo nero, ne venne allora approntato uno decorato con un paesaggio. Il risultato non dovette essere quello sperato: la foto della statua fu pubblicata senza sfondo e l’immagine fu scurita per migliorarne almeno la resa sul triste fondo bianco.

#StorieInArchivioMNR #MuseoNazionaleRomano #TermediDiocleziano #PalazzoMassimo

©Archvio Fotografico MNR (inv. foto 5666)
Statua di giovane sposa dalla via Aventina
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Una terracotta!!! Però il vostro resoconto è, come sempre, godibilissimo!

Ma quante informazioni, grazie 💖

Francesca Marinaro d'Arche

Ricchissimo P.zzo Massimo

Sembra abbia un viso delicato. Le statue che pubblicate sono tutte parte della vostra esposizione?

Non è esposta o sbaglio?

Bellissima come sempre sono le statue che postate.

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3 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Nel marzo del 1919, durante i lavori di dissodamento della propria vigna, in località Quarto le Cese ad Ariccia, il signor Vincenzo Ciuffa urtò con l’aratro contro un masso che non accennava a spostarsi. Fu quindi costretto a scavare tuttintorno con pala e piccone per poter eliminare quella pietra. Ma quello che scoprì alla fine del lavoro lo lasciò (è proprio il caso di dirlo) di sasso!
Una statua femminile acefala, alta più di tre metri, giaceva distesa prona nel terreno. La Soprintendenza accorse appena venne a conoscenza del ritrovamento e si occupò di spostare la statua su un fianco, per tentare di sollevarla e trasportarla al Museo delle Terme. Così facendo gli operai misero in luce la testa della statua colossale che,pur trovandosi nel terreno, era ancora ben conservata. La scultura fu riconosciuta come una statua della dea Artemide (oggi si considera più genericamente una divinità femminile), appartenente a un piccolo santuario locale. Il resoconto accurato di Giuseppe Lugli lascia intendere che non fu affatto facile rimuovere quell’enorme blocco di marmo che pesava oltre 5 tonnellate, tanto più che il terreno in quei giorni era diventato acquitrinoso a causa delle frequenti piogge. Gli operai riuscirono con molta fatica a issare la statua su una “nizza”, che in dialetto romanesco indicava un traino formato da assi di legno per il trasporto di oggetti pesanti. In questo modo, grazie all’impegno degli operai, il colosso fu portato al Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano. La movimentazione del pezzo fu seguita anche dal fotografo chiamato a documentare il ritrovamento che immortalò in sequenza tutte le fasi appena descritte.  ©Archivio Fotografico MNR (invv. foto 8126, 8128, 8130)
Artemis di Ariccia - statua al momento del ritrovamento e del trasporto; testa separata dal busto  #museonazionaleromano #StorieInArchivioMNR #ArchivioFotograficoMNR #TermediDiocleziano

Nel marzo del 1919, durante i lavori di dissodamento della propria vigna, in località Quarto le Cese ad Ariccia, il signor Vincenzo Ciuffa urtò con l’aratro contro un masso che non accennava a spostarsi. Fu quindi costretto a scavare tutt'intorno con pala e piccone per poter eliminare quella pietra. Ma quello che scoprì alla fine del lavoro lo lasciò (è proprio il caso di dirlo) di sasso!
Una statua femminile acefala, alta più di tre metri, giaceva distesa prona nel terreno. La Soprintendenza accorse appena venne a conoscenza del ritrovamento e si occupò di spostare la statua su un fianco, per tentare di sollevarla e trasportarla al Museo delle Terme. Così facendo gli operai misero in luce la testa della statua colossale che,pur trovandosi nel terreno, era ancora ben conservata. La scultura fu riconosciuta come una statua della dea Artemide (oggi si considera più genericamente una divinità femminile), appartenente a un piccolo santuario locale. Il resoconto accurato di Giuseppe Lugli lascia intendere che non fu affatto facile rimuovere quell’enorme blocco di marmo che pesava oltre 5 tonnellate, tanto più che il terreno in quei giorni era diventato acquitrinoso a causa delle frequenti piogge. Gli operai riuscirono con molta fatica a issare la statua su una “nizza”, che in dialetto romanesco indicava un traino formato da assi di legno per il trasporto di oggetti pesanti. In questo modo, grazie all’impegno degli operai, il colosso fu portato al Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano. La movimentazione del pezzo fu seguita anche dal fotografo chiamato a documentare il ritrovamento che immortalò in sequenza tutte le fasi appena descritte.

©Archivio Fotografico MNR (invv. foto 8126, 8128, 8130)
Artemis di Ariccia - statua al momento del ritrovamento e del trasporto; testa separata dal busto

#museonazionaleromano #StorieInArchivioMNR #ArchivioFotograficoMNR #TermediDiocleziano
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Bellissima la statua! E molto bello il ritrovamento!!! Ma in che anno non l'avete detto

Che bello poter ammirare, in originale, capolavori della antichità 😀😎

Superbe découverte !!

Bellissimo.....♥️💪😎

Leggo sempre con immenso piacere le Vostre Storie. Grazie.

Quindi era dentro un tempio

Dove è esposta di preciso? Grazie

Di che anno si parla?

Si intravede il suntuoso panneggio della veste.

Da il senso di quanto tempo sia trascorso dal momento in cui la statua cadde perdendo la testa a quando, coperta dalla polvere dei millenni, l’aratro di un contadino la riporto alla luce nel proprio campo. Fa riflettere

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4 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Molte opere del Museo Nazionale Romano, dopo la loro scoperta, hanno vissuto una seconda vita piuttosto avventurosa. Ricorderete le vicende del Discobolo, ma anche il Dioniso tipo “Sardanapalo” (così chiamato dal nome “Sardanapallos” iscritto su una replica conservata in Vaticano) non è stato da meno. Una fotografia su lastra di vetro della fine degli anni Venti del secolo scorso ci mostra come doveva presentarsi al momento del suo arrivo al Museo delle Terme. La statua era stata rinvenuta nel 1927, nei pressi di Castel Gandolfo sulla via Appia, durante gli scavi di fondazione di un edificio; chi la trovò tentò immediatamente di metterla sul mercato antiquario ma la scultura fu prontamente sequestrata e portata al Museo Nazionale Romano. Era priva del braccio destro e della testa che, però, ricomparve misteriosamente a Londra nel 1930. Esposta nel portico di ingresso del Museo delle Terme, la statua di Dioniso attirò l’attenzione di Gerog Lütke che ottenne da Mussolini una generica promessa di dono: sarebbe stata perfetta per la sala riunioni del Nietsche Archiv dove avrebbe costituito la rappresentazione simbolica del culto di Nietsche–Dionysos, concepito da Walter Otto. Il 15 gennaio 1944, in regime di occupazione nazista, la statua fu dunque sottratta e inviata a Weimar dove, però, non fu mai esposta; fu rinvenuta, ancora imballata, dalle forze di occupazione sovietica nel 1947 e, nel 1954, inviata a Berlino al Pergamon Museum. Fu solo nel 1991, dopo un lungo lavoro di documentazione e ricerca portati avanti dalla Soprintendenza che il Ministero degli Esteri Italiano ottenne la restituzione della statua, dato che le particolari condizioni della sua permanenza in Germania erano già da tempo concluse.  ©Archivio fotografico MNR (invv. Foto 1824, 6463)
Il Dioniso tipo Sardanapalo appena giunto al Museo delle Terme e nel 1944 dopo i restauri, prima della partenza per la Germania.  #storieinarchiviomnr #museonazionaleromano #termedidiocleziano #palazzomassimo

Molte opere del Museo Nazionale Romano, dopo la loro scoperta, hanno vissuto una seconda vita piuttosto avventurosa. Ricorderete le vicende del Discobolo, ma anche il Dioniso tipo “Sardanapalo” (così chiamato dal nome “Sardanapallos” iscritto su una replica conservata in Vaticano) non è stato da meno. Una fotografia su lastra di vetro della fine degli anni Venti del secolo scorso ci mostra come doveva presentarsi al momento del suo arrivo al Museo delle Terme. La statua era stata rinvenuta nel 1927, nei pressi di Castel Gandolfo sulla via Appia, durante gli scavi di fondazione di un edificio; chi la trovò tentò immediatamente di metterla sul mercato antiquario ma la scultura fu prontamente sequestrata e portata al Museo Nazionale Romano. Era priva del braccio destro e della testa che, però, ricomparve misteriosamente a Londra nel 1930. Esposta nel portico di ingresso del Museo delle Terme, la statua di Dioniso attirò l’attenzione di Gerog Lütke che ottenne da Mussolini una generica promessa di dono: sarebbe stata perfetta per la sala riunioni del Nietsche Archiv dove avrebbe costituito la rappresentazione simbolica del culto di Nietsche–Dionysos, concepito da Walter Otto. Il 15 gennaio 1944, in regime di occupazione nazista, la statua fu dunque sottratta e inviata a Weimar dove, però, non fu mai esposta; fu rinvenuta, ancora imballata, dalle forze di occupazione sovietica nel 1947 e, nel 1954, inviata a Berlino al Pergamon Museum. Fu solo nel 1991, dopo un lungo lavoro di documentazione e ricerca portati avanti dalla Soprintendenza che il Ministero degli Esteri Italiano ottenne la restituzione della statua, dato che le particolari condizioni della sua permanenza in Germania erano già da tempo concluse.

©Archivio fotografico MNR (invv. Foto 1824, 6463)
Il Dioniso tipo Sardanapalo appena giunto al Museo delle Terme e nel 1944 dopo i restauri, prima della partenza per la Germania.

#storieinarchiviomnr #museonazionaleromano #termedidiocleziano #palazzomassimo
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dunque la testa è un calco di quella a Londra? O siete riusciti a riottenerla?

L’abaco oggi nel Medagliere del Museo Nazionale Romano non ha sempre avuto la collocazione attuale: a metà Ottocento era stato donato da Raffaele Garrucci al Museo Kircheriano, lo storico museo creato nel 1651 dal gesuita Athanaius Kircher nel Collegio Romano, e si trovava nella sezione dei bronzi. Nel 1887 confluì, insieme a diversi altri materiali, nelle raccolte che venivano progressivamente a formare il patrimonio del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano tra i materiali destinati all’Antiquarium. Nella foto lo trovate infatti nella vetrina centrale della sezione V dell’Antiquarium, al primo piano del Chiostro di Michelangelo. Esso compare insieme ad altri piccoli oggetti curiosi: un minuscolo orologio solare di forma cilindrica, un vasetto di bronzo a forma di otre, un sistro (lo strumento musicale tipico del culto di Iside) e una tessera di ospitalità a forma di testa di montone.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 4242)
Sala dellAntiquarium  #StorieinArchivioMNR #ArchiviofotograficoMNR #museonazionaleromano #termedidiocleziano

L’abaco oggi nel Medagliere del Museo Nazionale Romano non ha sempre avuto la collocazione attuale: a metà Ottocento era stato donato da Raffaele Garrucci al Museo Kircheriano, lo storico museo creato nel 1651 dal gesuita Athanaius Kircher nel Collegio Romano, e si trovava nella sezione dei bronzi. Nel 1887 confluì, insieme a diversi altri materiali, nelle raccolte che venivano progressivamente a formare il patrimonio del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano tra i materiali destinati all’Antiquarium. Nella foto lo trovate infatti nella vetrina centrale della sezione V dell’Antiquarium, al primo piano del Chiostro di Michelangelo. Esso compare insieme ad altri piccoli oggetti curiosi: un minuscolo orologio solare di forma cilindrica, un vasetto di bronzo a forma di otre, un sistro (lo strumento musicale tipico del culto di Iside) e una tessera di ospitalità a forma di testa di montone.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 4242)
Sala dell'Antiquarium

#StorieinArchivioMNR #ArchiviofotograficoMNR #museonazionaleromano #termedidiocleziano
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Interessante il sistro. Chissà che suono faceva.

Bellissima foto.

Era l’alba del 1 marzo 1909; per tutta la notte aveva soffiato un vento di tramontana che non accennava a smettere. Il cambio turno era appena stato effettuato e il custode notturno aveva lasciato detto che dal Chiostro di Michelangelo provenivano inquietanti cigolii: il vento scuoteva le cime dei quattro cipressi, due dei quali erano ancora quelli secolari piantati al tempo di Michelangelo. Il vento continuava a soffiare e, durante le prime ore del nuovo giorno, il custode in turno teneva d’occhio gli alberi osservandone con apprensione le chiome che si piegavano in maniera impressionante. Era appena entrato in un deposito, quando sentì come uno schiocco seguito da un profondo tonfo. Corso nel Chiostro, non poté fare altro che constatare ciò che era accaduto: il penultimo dei cipressi Michelangioleschi, sopravvissuto per oltre 400 anni, era crollato, troncato al livello del terreno a causa delle radici ormai intrise d’acqua e incapaci di ancorare la pianta al terreno. Fu subito chiamato il Direttore e, per documentare l’evento, fu richiesto l’intervento dei fotografi del Gabinetto Fotografico Nazionale; alle riprese fotografiche partecipò anche il corrispondente estero Charles Abéniacar la cui foto fu pubblicata a corredo di un articolo su L’Illustrazione Popolare. Mentre si scattavano queste immagini, il personale del Museo e alcuni visitatori, accorsi al centro del giardino, non resistettero alla tentazione di diventare protagonisti dello storico evento, alcuni come semplici testimoni, altri invece, adagiati in pose trionfalistiche sui miseri resti del tronco e delle radici del cipresso secolare.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 5156)
Giardino del chiostro grande. Caduta del cipresso.  #museoanazionaleromano #StorieInArchivioMNR #TermediDiocleziano #ChiostrodiMichelangelo #cipressidiMichelangelo #Certosadisantamariadegliangeli

Era l’alba del 1 marzo 1909; per tutta la notte aveva soffiato un vento di tramontana che non accennava a smettere. Il cambio turno era appena stato effettuato e il custode notturno aveva lasciato detto che dal Chiostro di Michelangelo provenivano inquietanti cigolii: il vento scuoteva le cime dei quattro cipressi, due dei quali erano ancora quelli secolari piantati al tempo di Michelangelo. Il vento continuava a soffiare e, durante le prime ore del nuovo giorno, il custode in turno teneva d’occhio gli alberi osservandone con apprensione le chiome che si piegavano in maniera impressionante. Era appena entrato in un deposito, quando sentì come uno schiocco seguito da un profondo tonfo. Corso nel Chiostro, non poté fare altro che constatare ciò che era accaduto: il penultimo dei cipressi Michelangioleschi, sopravvissuto per oltre 400 anni, era crollato, troncato al livello del terreno a causa delle radici ormai intrise d’acqua e incapaci di ancorare la pianta al terreno. Fu subito chiamato il Direttore e, per documentare l’evento, fu richiesto l’intervento dei fotografi del Gabinetto Fotografico Nazionale; alle riprese fotografiche partecipò anche il corrispondente estero Charles Abéniacar la cui foto fu pubblicata a corredo di un articolo su L’Illustrazione Popolare. Mentre si scattavano queste immagini, il personale del Museo e alcuni visitatori, accorsi al centro del giardino, non resistettero alla tentazione di diventare protagonisti dello storico evento, alcuni come semplici testimoni, altri invece, adagiati in pose trionfalistiche sui miseri resti del tronco e delle radici del cipresso secolare.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 5156)
Giardino del chiostro grande. Caduta del cipresso.

#museoanazionaleromano #StorieInArchivioMNR #TermediDiocleziano #ChiostrodiMichelangelo #cipressidiMichelangelo #Certosadisantamariadegliangeli
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Provocò danni?

Peccato, il cipresso era stato un testimone della vita durante quattro secoli. É rimasto alcuno fino ai nostri giorni ?

La dolcezza della “Furia dormiente”, venne immortalata negli scatti del fotografo Ulderico Bossi, che realizzò le immagini stereoscopiche delle sale del Museo delle Terme negli anni ‘10 del secolo scorso (per saperne di più, qui vi raccontiamo come funzionavano le stereografie https://www.facebook.com/MNRomano/posts/785420945615459). 
Non solo le sale, ma anche alcune tra le opere più significative  presero posto tra le immagini che i visitatori potevano acquistare dopo una visita al museo portando a casa ricordi che oggi, invece, si trasformano in parole grazie nella poesia di @Gabriele Tinti:  Erinni  Scroscia la pioggia,
mormora, si lamenta.  Il tramonto affonda il sole
la bufera prepara la sera.  La pietra è silenziosa
si distende nella vena.  Languisce, invita al sonno.
«Non tentarmi disgraziata!»  L’ascolto, ne seguo il solco
mi lascio andare, finalmente  dormo, cercando di sognare
il modo migliore di morire.  In questi giorni, fino a fine Settembre, sarà possibile fruire dell’#audioguidapoetica direttamente a Palazzo Altemps e ascoltare i versi dedicati all’Erinni Ludovisi letti da Alessandro Haber che vi proponiamo anche qui:  https://soundcloud.com/gabriele-tinti-903486721/alessandro-haber-reads-furies-by-gabriele-tinti  Per il progetto si ringraziano Treccani, la Fondazione Terzo Pilastro - Internazionale, Palazzo Naiadi, DA.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 17116)
#talkingstatues #statueparlanti #poeticaudioguide #audioguidapoetica #erinniludovisi #furiadormiente #StorieInArchivioMNR #ArchivioFotograficoMNR

La dolcezza della “Furia dormiente”, venne immortalata negli scatti del fotografo Ulderico Bossi, che realizzò le immagini stereoscopiche delle sale del Museo delle Terme negli anni ‘10 del secolo scorso (per saperne di più, qui vi raccontiamo come funzionavano le stereografie www.facebook.com/MNRomano/posts/785420945615459).
Non solo le sale, ma anche alcune tra le opere più significative presero posto tra le immagini che i visitatori potevano acquistare dopo una visita al museo portando a casa ricordi che oggi, invece, si trasformano in parole grazie nella poesia di @Gabriele Tinti:

Erinni

Scroscia la pioggia,
mormora, si lamenta.

Il tramonto affonda il sole
la bufera prepara la sera.

La pietra è silenziosa
si distende nella vena.

Languisce, invita al sonno.
«Non tentarmi disgraziata!»

L’ascolto, ne seguo il solco
mi lascio andare, finalmente

dormo, cercando di sognare
il modo migliore di morire.

In questi giorni, fino a fine Settembre, sarà possibile fruire dell’#audioguidapoetica direttamente a Palazzo Altemps e ascoltare i versi dedicati all’Erinni Ludovisi letti da Alessandro Haber che vi proponiamo anche qui:

soundcloud.com/gabriele-tinti-903486721/alessandro-haber-reads-furies-by-gabriele-tinti

Per il progetto si ringraziano Treccani, la Fondazione Terzo Pilastro - Internazionale, Palazzo Naiadi, DA.

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L'Erinni Ludovisi è un sogno (non me ne voglia il Galata 😁)

Valentina Luciani sono due sculture diverse, anche se ambedue sono pregne di pathos.

Anzio, 29 gennaio 1937. Faceva freddo quel giorno e la brezza che veniva dal mare non era certo di conforto. Maneggiare pala e piccone era davvero un tormento ma gli operai del Genio Civile erano sicuri di poter completare rapidamente il loro lavoro: lo scavo di un cunicolo proprio davanti alla sede dell’Italcable, la società che qualche anno prima aveva posato il primo cavo telegrafico intercontinentale per le comunicazioni con gli Stati Uniti e il Sud America. I lavori erano iniziati da poco quando una delle pale si imbatté in una pietra; sembrava un semplice masso ma, continuando lo sterro, gli uomini si resero presto conto di trovarsi di fronte a una statua. Con non poco sollievo furono costretti a fermarsi; fu solo all’arrivo della Soprintendenza alle Antichità che poterono rimettersi al lavoro, mettendo in luce la statua: era quasi integra, a parte le mani e i piedi, e raffigurava un uomo dal volto delicato e i lunghi capelli ricciuti raccolti in un’acconciatura poco virile. Ci volle un po’ per attribuire quella figura ad Apollo e fu una scoperta importante perché permise di riconoscere come ritratti del dio molte altre teste, erroneamente ritenute femminili. 
La statua venne imbracata e trasportata al Museo Nazionale Romano dove fu collocata con non poche difficoltà. Fu necessario realizzare un puntello per renderla stabile e, solo dopo diverse prove, con l’ausilio di catene e funi fu possibile issarla e fissarla su una base come testimoniano le foto d’archivio che vi presentiamo oggi.
La statua è esposta oggi al primo piano di Palazzo Massimo.  ©Archivio fotografico MNR (invv. Foto 2388-2389)
#StorieInArchivioMNR #ArchivioFotograficoMNR #MuseoNazionaleRomano #TermediDiocleziano #PalazzoMassimo #ApollodiAnzio

Anzio, 29 gennaio 1937. Faceva freddo quel giorno e la brezza che veniva dal mare non era certo di conforto. Maneggiare pala e piccone era davvero un tormento ma gli operai del Genio Civile erano sicuri di poter completare rapidamente il loro lavoro: lo scavo di un cunicolo proprio davanti alla sede dell’Italcable, la società che qualche anno prima aveva posato il primo cavo telegrafico intercontinentale per le comunicazioni con gli Stati Uniti e il Sud America. I lavori erano iniziati da poco quando una delle pale si imbatté in una pietra; sembrava un semplice masso ma, continuando lo sterro, gli uomini si resero presto conto di trovarsi di fronte a una statua. Con non poco sollievo furono costretti a fermarsi; fu solo all’arrivo della Soprintendenza alle Antichità che poterono rimettersi al lavoro, mettendo in luce la statua: era quasi integra, a parte le mani e i piedi, e raffigurava un uomo dal volto delicato e i lunghi capelli ricciuti raccolti in un’acconciatura poco virile. Ci volle un po’ per attribuire quella figura ad Apollo e fu una scoperta importante perché permise di riconoscere come ritratti del dio molte altre teste, erroneamente ritenute femminili.
La statua venne imbracata e trasportata al Museo Nazionale Romano dove fu collocata con non poche difficoltà. Fu necessario realizzare un puntello per renderla stabile e, solo dopo diverse prove, con l’ausilio di catene e funi fu possibile issarla e fissarla su una base come testimoniano le foto d’archivio che vi presentiamo oggi.
La statua è esposta oggi al primo piano di Palazzo Massimo.

©Archivio fotografico MNR (invv. Foto 2388-2389)
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L’ho vista tante volte, il racconto del suo ritrovamento fa venire voglia di correre al Museo per ammirarla ancora una volta

Roberto Capellaro tutti muti

Erano i primi mesi del 1951: nella raffineria di oli minerali “Permolio”, sulla via Portuense, si lavorava allampliamento degli impianti. Gli operai procedevano febbrilmente ma, a colpi di pale e picconi, facevano una gran fatica; la direzione della Permolio pensò dunque che, nei punti in cui il tufo era più resistente, sarebbe forse stato utile servirsi di cariche esplosive. Quando a fine febbraio emerse un banco di tufo alto e compatto, si ricorse quindi senza esitazione a questo sistema esplosivo. Fortunatamente la carica era di piccola potenza e provocò solo uno squarcio nella parete rocciosa. Quando gli operai andarono a rimuovere i detriti, però, rimasero di sasso: penetrando dalla fenditura, la luce mostrava finissimi stucchi bianchi. Il tufo, infatti, racchiudeva al suo interno un colombario, un sepolcreto romano con nicchie alle pareti destinate alle urne cinerarie; l’ingresso della sepoltura si apriva sullantica via Portuense che, come si scoprì poi, correva per un breve tratto proprio nellarea della Permolio. A breve distanza fu presto scoperto un secondo colombario con  bellissime pitture ad affresco che ritraevano i defunti e scene di gioco. La Soprintendenza alle Antichità di Roma, in accordo con il direttore dell’Istituto Nazionale Centrale del Restauro Cesare Brandi, decise di rimuovere completamente le tombe e trasferirle nel Museo Nazionale Romano. Limpresa non era priva di rischi perché comportava l’isolamento del blocco di tufo, ma fu portata a termine con successo come documentano ancora oggi le foto d’archivio e, soprattutto, le tombe esposte nell’Aula X delle Terme di Diocleziano.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 7362)
Lavori alla Permolio. Sollevamento della tomba.  #StorieInArchivioMNR #MuseoNazionaleRomano #Permolio #viaPortuense #TermediDiocleziano 
Soprintendenza Speciale Roma

Erano i primi mesi del 1951: nella raffineria di oli minerali “Permolio”, sulla via Portuense, si lavorava all'ampliamento degli impianti. Gli operai procedevano febbrilmente ma, a colpi di pale e picconi, facevano una gran fatica; la direzione della Permolio pensò dunque che, nei punti in cui il tufo era più resistente, sarebbe forse stato utile servirsi di cariche esplosive. Quando a fine febbraio emerse un banco di tufo alto e compatto, si ricorse quindi senza esitazione a questo sistema "esplosivo". Fortunatamente la carica era di piccola potenza e provocò solo uno squarcio nella parete rocciosa. Quando gli operai andarono a rimuovere i detriti, però, rimasero di sasso: penetrando dalla fenditura, la luce mostrava finissimi stucchi bianchi. Il tufo, infatti, racchiudeva al suo interno un colombario, un sepolcreto romano con nicchie alle pareti destinate alle urne cinerarie; l’ingresso della sepoltura si apriva sull'antica via Portuense che, come si scoprì poi, correva per un breve tratto proprio nell'area della Permolio. A breve distanza fu presto scoperto un secondo colombario con bellissime pitture ad affresco che ritraevano i defunti e scene di gioco. La Soprintendenza alle Antichità di Roma, in accordo con il direttore dell’Istituto Nazionale Centrale del Restauro Cesare Brandi, decise di rimuovere completamente le tombe e trasferirle nel Museo Nazionale Romano. L'impresa non era priva di rischi perché comportava l’isolamento del blocco di tufo, ma fu portata a termine con successo come documentano ancora oggi le foto d’archivio e, soprattutto, le tombe esposte nell’Aula X delle Terme di Diocleziano.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 7362)
Lavori alla Permolio. Sollevamento della tomba.

#StorieInArchivioMNR #MuseoNazionaleRomano #Permolio #viaPortuense #TermediDiocleziano
Soprintendenza Speciale Roma
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Questi 2 tombe intere sono bellissime & commovente!

Visito spesso il Museo Nazionale Terme di Diocleziano e ammiro queste tombe così bene conservati

Il restauro, la conservazione, il reintegro, grazie Brandi ❤️

Oggi dove si trovano?

Anche il secondo colombario con le scene di defunti affrescate è stato salvato?

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