Storie dell’archivio fotografico

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1 settimana fa

Museo Nazionale Romano
Maria Luisa Marella era soddisfatta del lavoro che stava portando avanti, uno studio sui ritratti di età augustea, in particolare il ritratto di Ottavia. Il lavoro comprendeva confronti di ritratti e acconciature e, appena avesse avuto tutte le foto disponibili, avrebbe tratto le sue conclusioni e le avrebbe presentate alla conferenza della Reale Accademia d’Italia. Fino a quel giorno mancavano due delle fotografie più importanti, ma finalmente l’avevano chiamata dal Museo delle Terme di Diocleziano e aveva avuto l’opportunità di visionare le stampe che aspettava da tempo. Il fotografo, per non sbagliare, aveva scritto sul negativo “Eseguita 13/4/1942 per la Sig. Marella” e le aveva porto le due immagini che aveva sviluppato: profilo destro e profilo sinistro del ritratto femminile che aveva come numero di inventario 52875. L’acconciatura si distingueva perfettamente e le consentiva di studiare a fondo la tipologia: era chiaramente una variante della pettinatura greca “a melone”, lo si capiva perché i capelli erano divisi da una scriminatura al centro e raccolti all’indietro in ciocche parallele e ondulate che disegnavano una forma proprio simile agli spicchi di melone. Erano quindi raccolti in uno chignon e sulla fronte e dietro le orecchie riccioli corti e boccoli incorniciavano il volto. Era una acconciatura complessa, la foto lo metteva bene in evidenza: la ciocca di capelli che partiva da dietro l’orecchio sinistro passava attraverso un nodo al centro della testa per ricadere sul lato destro creando un movimento verticale e laterale allo stesso tempo. Gli scatti erano perfetti, non vedeva l’ora di poterli mostrare alla conferenza e sostenere la sua tesi sui ritratti di età augustea. Adesso aveva tutto quello che le serviva: era davvero pronta.  #StorieinArchivioMNR
#ArchivioFotograficoMNR
#TermediDiocleziano
#PalazzoMassimo  ©Archivio Fototgrafico MNR (invv. foto 3892-3893)

Maria Luisa Marella era soddisfatta del lavoro che stava portando avanti, uno studio sui ritratti di età augustea, in particolare il ritratto di Ottavia. Il lavoro comprendeva confronti di ritratti e acconciature e, appena avesse avuto tutte le foto disponibili, avrebbe tratto le sue conclusioni e le avrebbe presentate alla conferenza della Reale Accademia d’Italia. Fino a quel giorno mancavano due delle fotografie più importanti, ma finalmente l’avevano chiamata dal Museo delle Terme di Diocleziano e aveva avuto l’opportunità di visionare le stampe che aspettava da tempo. Il fotografo, per non sbagliare, aveva scritto sul negativo “Eseguita 13/4/1942 per la Sig. Marella” e le aveva porto le due immagini che aveva sviluppato: profilo destro e profilo sinistro del ritratto femminile che aveva come numero di inventario 52875. L’acconciatura si distingueva perfettamente e le consentiva di studiare a fondo la tipologia: era chiaramente una variante della pettinatura greca “a melone”, lo si capiva perché i capelli erano divisi da una scriminatura al centro e raccolti all’indietro in ciocche parallele e ondulate che disegnavano una forma proprio simile agli spicchi di melone. Erano quindi raccolti in uno chignon e sulla fronte e dietro le orecchie riccioli corti e boccoli incorniciavano il volto. Era una acconciatura complessa, la foto lo metteva bene in evidenza: la ciocca di capelli che partiva da dietro l’orecchio sinistro passava attraverso un nodo al centro della testa per ricadere sul lato destro creando un movimento verticale e laterale allo stesso tempo. Gli scatti erano perfetti, non vedeva l’ora di poterli mostrare alla conferenza e sostenere la sua tesi sui ritratti di età augustea. Adesso aveva tutto quello che le serviva: era davvero pronta.

#StorieinArchivioMNR
#ArchivioFotograficoMNR
#TermediDiocleziano
#PalazzoMassimo

©Archivio Fototgrafico MNR (invv. foto 3892-3893)
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2 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Paul Glaucker era arrivato a Roma da pochi mesi. Era stato per  molti anni in Algeria e in Tunisia doveva aveva diretto  il Service des Antiquités et Arts; i suoi ottimi risultati non erano riusciti a tenerlo lontano da inimicizie e dissapori con i vari archeologi dilettanti che la facevano da padroni in diverse missioni. Era stato anche per questo che aveva deciso di rientrare in Francia ma il Ministère de l’Instruction publique et des Beaux-Arts lo aveva inviato dopo poco a Roma. Era giunto da pochi mesi quando venne incaricato di seguire degli scavi al Gianicolo: durante gli sterri per la costruzione di un villino, infatti, erano stati trovati alcuni altari con iscrizioni dedicati a divinità orientali. Il sito non era sconosciuto; già nei secoli precedenti erano stati condotti alcuni scavi che avevano sempre messo in luce materiali legati a culti orientali. Con l’aiuto dei suoi allievi, Darier e Nicole, Glaucker scoprì un grande santuario che aveva avuto diverse fasi di vita. La scoperta più sensazionale fu, però, quella del cosiddetto “idolo”. Sepolto in una piccola nicchia, scavata in una struttura triangolare, riapparve alla luce con tracce delle offerte: uova, fiori e semi. Ed è proprio accanto a quell’altare che i tre uomini vollero farsi ritrarre, fieri e soddisfatti di riportare in vita, ancora una volta, quel preziosissimo reperto.  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #SantuarioSiriacoalGianicolo 
©Archivio Fotografico MNR

Paul Glaucker era arrivato a Roma da pochi mesi. Era stato per molti anni in Algeria e in Tunisia doveva aveva diretto il Service des Antiquités et Arts; i suoi ottimi risultati non erano riusciti a tenerlo lontano da inimicizie e dissapori con i vari archeologi dilettanti che la facevano da padroni in diverse missioni. Era stato anche per questo che aveva deciso di rientrare in Francia ma il Ministère de l’Instruction publique et des Beaux-Arts lo aveva inviato dopo poco a Roma. Era giunto da pochi mesi quando venne incaricato di seguire degli scavi al Gianicolo: durante gli sterri per la costruzione di un villino, infatti, erano stati trovati alcuni altari con iscrizioni dedicati a divinità orientali. Il sito non era sconosciuto; già nei secoli precedenti erano stati condotti alcuni scavi che avevano sempre messo in luce materiali legati a culti orientali. Con l’aiuto dei suoi allievi, Darier e Nicole, Glaucker scoprì un grande santuario che aveva avuto diverse fasi di vita. La scoperta più sensazionale fu, però, quella del cosiddetto “idolo”. Sepolto in una piccola nicchia, scavata in una struttura triangolare, riapparve alla luce con tracce delle offerte: uova, fiori e semi. Ed è proprio accanto a quell’altare che i tre uomini vollero farsi ritrarre, fieri e soddisfatti di riportare in vita, ancora una volta, quel preziosissimo reperto.

#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #SantuarioSiriacoalGianicolo
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Mai visto ho fatto qualche scavo mai una forma triangolare.

Rara la forma triangolare, vero⁉️

3 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Il corpo avvolto da un sottile velo di tessuto, stretto da sette spire di un serpente con testa di drago; il volto carnoso, gli occhi aperti, lo sguardo sicuro: è il cosiddetto “idolo”, dal santuario siriaco sul Gianicolo, un dio che racchiude in sé il mistero della morte e della rinascita.  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #SantuarioSiriacoalGianicolo 
©Archivio Fotografico MNR

Il corpo avvolto da un sottile velo di tessuto, stretto da sette spire di un serpente con testa di drago; il volto carnoso, gli occhi aperti, lo sguardo sicuro: è il cosiddetto “idolo”, dal santuario siriaco sul Gianicolo, un dio che racchiude in sé il mistero della morte e della rinascita.

#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #SantuarioSiriacoalGianicolo
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One of the most interesting pieces in a museum FULL of treasures!

Bellisima. M

Importantissimo !!! 🙂 Nella sezione che preferisco di tutta la sede alle Terme! Quella sui culti nel mondo romano!

Museo Nazionale Romano avete per caso una foto del ritrovamento?

3 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Tra il 1931 e il 1932 un’associazione di reduci della prima guerra mondiale aveva ottenuto una concessione governativa per effettuare sterri in località Colle della Civitucola, vicino a Capena (RM), durante i quali erano affiorati dei reperti archeologici. Vista la presenza di iscrizioni, statue ed elementi architettonici si decise di chiamare la Soprintendenza che in breve organizzò un sopralluogo e chiamò il fotografo per documentare i ritrovamenti. Le lastre di vetro che aveva portato con sé per realizzare le fotografie non erano molte, perciò sarebbe stato necessario un lavoro di organizzazione dei materiali per realizzare una foto complessiva dei reperti. Come al solito l’Ispettore e gli operai avevano altro da fare che non aiutarlo a sistemare i pezzi, ma per fortuna il fotografo aveva pensato bene di farsi accompagnare da suo nipote, a cui stava insegnando i trucchi del mestiere, alto e robusto, come lo zio. In poco tempo i due riuscirono ad impilare in modo più o meno stabile e a organizzare, a seconda della grandezza, tutti i materiali per lo scatto finale. La foto che ne derivò è l’unica testimonianza di quei primi ritrovamenti che si rivelarono essere solo una minima documentazione di quella oggi nota come l’area archeologica della Civitucola o del Castellaccio, l’antica città di Capena.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 1705)
Capena  #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #capena #civitucola #castellaccio  Antiquarium e Area Archeologica di Lucus Feroniae - Capena

Tra il 1931 e il 1932 un’associazione di reduci della prima guerra mondiale aveva ottenuto una concessione governativa per effettuare sterri in località Colle della Civitucola, vicino a Capena (RM), durante i quali erano affiorati dei reperti archeologici. Vista la presenza di iscrizioni, statue ed elementi architettonici si decise di chiamare la Soprintendenza che in breve organizzò un sopralluogo e chiamò il fotografo per documentare i ritrovamenti. Le lastre di vetro che aveva portato con sé per realizzare le fotografie non erano molte, perciò sarebbe stato necessario un lavoro di organizzazione dei materiali per realizzare una foto complessiva dei reperti. Come al solito l’Ispettore e gli operai avevano altro da fare che non aiutarlo a sistemare i pezzi, ma per fortuna il fotografo aveva pensato bene di farsi accompagnare da suo nipote, a cui stava insegnando i trucchi del mestiere, alto e robusto, come lo zio. In poco tempo i due riuscirono ad impilare in modo più o meno stabile e a organizzare, a seconda della grandezza, tutti i materiali per lo scatto finale. La foto che ne derivò è l’unica testimonianza di quei primi ritrovamenti che si rivelarono essere solo una minima documentazione di quella oggi nota come l’area archeologica della Civitucola o del Castellaccio, l’antica città di Capena.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 1705)
Capena

#StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #capena #civitucola #castellaccio

Antiquarium e Area Archeologica di Lucus Feroniae - Capena
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Fare siffatte scoperte e una emozione che solo gli appassionati possono provare

Sembra una musa o un archeologo di “DeChirico

4 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Nonostante fosse Ispettore della Reale Soprintendenza degli scavi di Roma da più di un anno, Francesco Fornari si stupiva ancora della fortuna che aveva. A 27 svolgeva la professione che aveva sempre sognato e quel giorno, davanti ai ruderi venuti alla luce nella località Mezzocammino, era più che mai entusiasta del lavoro svolto. Tutto era partito da un bel sarcofago cristiano trovato a dicembre dell’anno precedente, il 1915, durante gli scavi nella proprietà del sig. Paolo Giuliani, lungo una piccola strada basolata che lasciava supporre ci si trovasse difronte ad un antico cimitero, probabilmente cristiano. E così, dopo aver fatto trasportare il sarcofago al Museo delle Terme di Diocleziano, aveva proposto al Sovrintendente di proseguire le ricerche, perché probabilmente erano in presenza di un luogo di cui si era persa la memoria, il cimitero di S. Ciriaco, che le fonti collocavano al VII miglio della via Ostiense e che fino ad allora non era stato ritrovato. Ottenuto il nulla osta aveva ripreso gli scavi, non aveva mancato un giorno dal fare i sopralluoghi, e la conferma era finalmente arrivata, con il ritrovamento di un ambiente absidato con quattro nicchie e diverse sepolture al suo interno, probabilmente la piccola chiesa di S. Ciriaco martire. In fine, lo studio delle fonti, l’analisi dei reperti ritrovati e degli studi dei secoli precedenti, lo avevano portato a confermare la sua teoria. E ora era con soddisfazione che si lasciava immortalare dal fotografo, lo sguardo verso il fiume, appoggiato all’ombrello (ad aprile, si sa, può piovere da un momento all’altro) con nel cuore l’orgoglio di aver riportato alla memoria un passato che si credeva perduto.  ©Archivio fotografico MNR (inv. foto 7902)
Lavori di scavo nel cimitero di S. Ciriaco  #storieinarchiviomnr #museonazionaleromano #archiviofotograficomnr #mezzocammino #cimiterocristiano #viaostiense #sanciriaco #francescofornari  Soprintendenza Speciale Roma
Catacombe dItalia

Nonostante fosse Ispettore della Reale Soprintendenza degli scavi di Roma da più di un anno, Francesco Fornari si stupiva ancora della fortuna che aveva. A 27 svolgeva la professione che aveva sempre sognato e quel giorno, davanti ai ruderi venuti alla luce nella località Mezzocammino, era più che mai entusiasta del lavoro svolto. Tutto era partito da un bel sarcofago cristiano trovato a dicembre dell’anno precedente, il 1915, durante gli scavi nella proprietà del sig. Paolo Giuliani, lungo una piccola strada basolata che lasciava supporre ci si trovasse difronte ad un antico cimitero, probabilmente cristiano. E così, dopo aver fatto trasportare il sarcofago al Museo delle Terme di Diocleziano, aveva proposto al Sovrintendente di proseguire le ricerche, perché probabilmente erano in presenza di un luogo di cui si era persa la memoria, il cimitero di S. Ciriaco, che le fonti collocavano al VII miglio della via Ostiense e che fino ad allora non era stato ritrovato. Ottenuto il nulla osta aveva ripreso gli scavi, non aveva mancato un giorno dal fare i sopralluoghi, e la conferma era finalmente arrivata, con il ritrovamento di un ambiente absidato con quattro nicchie e diverse sepolture al suo interno, probabilmente la piccola chiesa di S. Ciriaco martire. In fine, lo studio delle fonti, l’analisi dei reperti ritrovati e degli studi dei secoli precedenti, lo avevano portato a confermare la sua teoria. E ora era con soddisfazione che si lasciava immortalare dal fotografo, lo sguardo verso il fiume, appoggiato all’ombrello (ad aprile, si sa, può piovere da un momento all’altro) con nel cuore l’orgoglio di aver riportato alla memoria un passato che si credeva perduto.

©Archivio fotografico MNR (inv. foto 7902)
Lavori di scavo nel cimitero di S. Ciriaco

#storieinarchiviomnr #museonazionaleromano #archiviofotograficomnr #mezzocammino #cimiterocristiano #viaostiense #sanciriaco #francescofornari

Soprintendenza Speciale Roma
Catacombe d'Italia
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Gli avevano detto che avrebbe dovuto lavorare sul “Planetario”, l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano che Italo Gismondi aveva destinato a quel nuovo e diverso uso ormai già da molti anni; la bellissima volta a cupola, seconda solo al Pantheon andava risistemata. Avrebbero dovuto smantellare il lanternino e il solaio in legno che occultava l’occhio centrale della calotta e a lui spettava il compito di lavorare di piccone proprio sulla sommità. Non sarebbe stato un lavoro difficile, la cupola era delimitata da un basso muretto e non servivano tante accortezze, bastava stare ben piantato sui piedi per lavorare di piccone e non avvicinarsi troppo al bordo. Da lassù si godeva una vista incredibile: si vedevano le Terme di Diocleziano, Santa Maria Maggiore, il Vittoriano e, in lontananza, i monti. Se il tempo avesse retto, avrebbe lavorato con lena e senza troppa fatica per realizzare la copertura in vetrocemento che avrebbe dato nuova luce alla grande Aula Ottagona.  #storieinarchiviomnr #termedidiocleziano #museonazionaleromano #aulaottagona #archiviofotograficomnr  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 4661)
Planetario. Restauro della volta (1948-1949)

Gli avevano detto che avrebbe dovuto lavorare sul “Planetario”, l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano che Italo Gismondi aveva destinato a quel nuovo e diverso uso ormai già da molti anni; la bellissima volta a cupola, seconda solo al Pantheon andava risistemata. Avrebbero dovuto smantellare il lanternino e il solaio in legno che occultava l’occhio centrale della calotta e a lui spettava il compito di lavorare di piccone proprio sulla sommità. Non sarebbe stato un lavoro difficile, la cupola era delimitata da un basso muretto e non servivano tante accortezze, bastava stare ben piantato sui piedi per lavorare di piccone e non avvicinarsi troppo al bordo. Da lassù si godeva una vista incredibile: si vedevano le Terme di Diocleziano, Santa Maria Maggiore, il Vittoriano e, in lontananza, i monti. Se il tempo avesse retto, avrebbe lavorato con lena e senza troppa fatica per realizzare la copertura in vetrocemento che avrebbe dato nuova luce alla grande Aula Ottagona.

#storieinarchiviomnr #termedidiocleziano #museonazionaleromano #aulaottagona #archiviofotograficomnr

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 4661)
Planetario. Restauro della volta (1948-1949)
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Perché proprio lui in persona e non delle maestranze qualificate?

... Potrebbe essere anche l'indovinello di luogo/monumento misterioso... Ricordo l'esame di rilievo e analisi tecnica dei monumenti con Cairoli Fulvio Giuliani... Buona parte dell'esame consisteva nell' "indovinare" il luogo/monumento "misterioso", da una fotografia che il professore, o la sua bravissima assistente dott.ssa Amici, ci mostrava, estraendola a caso da un mucchio di migliaia di foto... un'ansia incredibile allora, un meraviglioso ricordo adesso...

E poi che è successo? E' caduto ?

Quindi chi è...? Scusate l'ignoranza...

Bellissimo

Guarda la coincidenza... Stefano Iannucci 🙂 💫

X altro è sempre chiuso

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Mamma diceva che questo sarebbe stato il luogo dove finalmente avremmo potuto vivere. Eravamo arrivate a Roma dopo l’incidente a papà, soldi quasi niente, non potevamo permetterci una casa “vera”. Mamma cuce, ma di lavoro ce n’ha sempre poco: deve fare la spesa, pagare l’affitto e mi deve comprare anche i quaderni per la scuola, per fortuna il sussidiario ce l’ha dato a tutti la maestra! Lo zio ci aveva detto che lungo il grande Acquedotto che si vedeva dalla via Tuscolana, da dove noi veniamo, si poteva trovare una stanza a poco prezzo. E infatti il Signor Luigi ci ha affittato una piccola casetta proprio addossata all’Acquedotto con un angolo con la stufa per cucinare, un letto, ci dormiamo io e mamma, un tavolo con due sedie e qualche scaffale per le cose che abbiamo. Non è bellissima, ma è la nostra. Fuori si può giocare nei prati e tra le rovine del grande Acquedotto; ci sono tanti bambini e con alcuni gioco al ritorno da scuola… ma oggi quando sono tornata, non ho fatto in tempo a togliermi il grembiule. Ho trovato la mamma fuori dalla porta di casa, preoccupata, che guardava in silenzio alcuni signori. Dice che sono del Comune e della Sopraintendenza, ha detto così, ma non so mica che vuol dire, e stanno guardando tutte le case del borghetto. Non è la prima volta, ma oggi mamma è così seria, sta zitta appoggiata al muro mentre i signori entrano dentro le case e scrivono sui fogli. Ho tanta paura e mi viene da piangere. E se ci tolgono la casa noi, senza papà, dove andremo?  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 14299)
Acquedotto Claudio 1963  #storieinarchiviomnr #archiviofotograficomnr #museonazionaleromano #acquedottoclaudio  Parco Archeologico dellAppia Antica
Soprintendenza Speciale Roma

Mamma diceva che questo sarebbe stato il luogo dove finalmente avremmo potuto vivere. Eravamo arrivate a Roma dopo l’incidente a papà, soldi quasi niente, non potevamo permetterci una casa “vera”. Mamma cuce, ma di lavoro ce n’ha sempre poco: deve fare la spesa, pagare l’affitto e mi deve comprare anche i quaderni per la scuola, per fortuna il sussidiario ce l’ha dato a tutti la maestra! Lo zio ci aveva detto che lungo il grande Acquedotto che si vedeva dalla via Tuscolana, da dove noi veniamo, si poteva trovare una stanza a poco prezzo. E infatti il Signor Luigi ci ha affittato una piccola casetta proprio addossata all’Acquedotto con un angolo con la stufa per cucinare, un letto, ci dormiamo io e mamma, un tavolo con due sedie e qualche scaffale per le cose che abbiamo. Non è bellissima, ma è la nostra. Fuori si può giocare nei prati e tra le rovine del grande Acquedotto; ci sono tanti bambini e con alcuni gioco al ritorno da scuola… ma oggi quando sono tornata, non ho fatto in tempo a togliermi il grembiule. Ho trovato la mamma fuori dalla porta di casa, preoccupata, che guardava in silenzio alcuni signori. Dice che sono del Comune e della Sopraintendenza, ha detto così, ma non so mica che vuol dire, e stanno guardando tutte le case del borghetto. Non è la prima volta, ma oggi mamma è così seria, sta zitta appoggiata al muro mentre i signori entrano dentro le case e scrivono sui fogli. Ho tanta paura e mi viene da piangere. E se ci tolgono la casa noi, senza papà, dove andremo?

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 14299)
Acquedotto Claudio 1963

#storieinarchiviomnr #archiviofotograficomnr #museonazionaleromano #acquedottoclaudio

Parco Archeologico dell'Appia Antica
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😔

Sabrina Di Sante

Pina Bruschi

Sonia Tavoletta

Romina Lunetta

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A partire dal 1920 si lavorava allo sterro per la realizzazione dei villini della cooperativa “La casa nostra” nella zona tra via Fratelli Gualandi e via Aristide Gabelli, a Roma, in località Colle Sant’Agata sulla via Trionfale alle porte di Roma. La zona aveva le giuste caratteristiche per creare quelle “città giardino” pensate per il ceto medio dal piano regolatore del 1909, quartieri autosufficienti in cui la folla di impiegati accorsa nella giovane capitale del Regno d’Italia poteva sognare di abitare. La legislazione sull’edilizia popolare varata nel 1919 aveva dato il via ad una frenetica espansione urbana che interessò presto anche la zona di Colle Sant’Agata, in posizione elevata e a due passi dalla stazione di Sant’Onofrio (poi divenuta Monte Mario) sulla tratta ferroviaria Roma-Viterbo. Durante i lavori di sterro furono trovati importanti resti che, in breve furono spazzati via dalla voracità edilizia. Tra i più significativi ci furono alcuni tratti di basolato dell’antica via Triumphalis una serie di tombe a camera con dromos (il lungo corridoio di accesso) dell’VIII secolo a.C. che portarono gli archeologi a ritenere di trovarsi di fronte ad uno dei Septem Pagi etruschi (uno dei sette villaggi sottratti da Romolo al territorio di Veio dopo il conflitto che lo vide vincitore). Tra le poche testimonianze in grado di mostrare la portata di questi ritrovamenti ci sono alcune foto dell’epoca che mostrano la grandiosità di questi monumenti dei quali oggi resta solo la memoria fotografica.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 5805)
Colle Sant’Agata. Particolare dell’ingresso di una tomba a camera.  #museonazionaleromano #StorieInArchivioMNR #collesantagata #archiviofotograficomnr  Soprintendenza Speciale Roma

A partire dal 1920 si lavorava allo sterro per la realizzazione dei villini della cooperativa “La casa nostra” nella zona tra via Fratelli Gualandi e via Aristide Gabelli, a Roma, in località Colle Sant’Agata sulla via Trionfale alle porte di Roma. La zona aveva le giuste caratteristiche per creare quelle “città giardino” pensate per il ceto medio dal piano regolatore del 1909, quartieri autosufficienti in cui la folla di impiegati accorsa nella giovane capitale del Regno d’Italia poteva sognare di abitare. La legislazione sull’edilizia popolare varata nel 1919 aveva dato il via ad una frenetica espansione urbana che interessò presto anche la zona di Colle Sant’Agata, in posizione elevata e a due passi dalla stazione di Sant’Onofrio (poi divenuta Monte Mario) sulla tratta ferroviaria Roma-Viterbo. Durante i lavori di sterro furono trovati importanti resti che, in breve furono spazzati via dalla voracità edilizia. Tra i più significativi ci furono alcuni tratti di basolato dell’antica via Triumphalis una serie di tombe a camera con dromos (il lungo corridoio di accesso) dell’VIII secolo a.C. che portarono gli archeologi a ritenere di trovarsi di fronte ad uno dei Septem Pagi etruschi (uno dei sette villaggi sottratti da Romolo al territorio di Veio dopo il conflitto che lo vide vincitore). Tra le poche testimonianze in grado di mostrare la portata di questi ritrovamenti ci sono alcune foto dell’epoca che mostrano la grandiosità di questi monumenti dei quali oggi resta solo la memoria fotografica.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 5805)
Colle Sant’Agata. Particolare dell’ingresso di una tomba a camera.

#museonazionaleromano #StorieInArchivioMNR #collesantagata #archiviofotograficomnr

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In quegli anni, da quel poco che letto, le posizioni degli archeologi che sostenevano la presenza di popolazioni indigene (i cosiddetti aborigeni) erano contrastate da chi propendeva per flussi "civilizzatori" provenienti dalle regioni nord europee (p. es. Pigorini ): chiedo: le posizioni anti-germanofile di Dall'Osso possono aver influito sulla sorte dei ritrovamenti su Colle Sant'Agata e Monte Mario?

Una perdita notevole quella scelta!

Grazie della segnalazione del post di MNR agli amici Leonardo Schifi e Alessandro Locchi

Chissà se da dove sono quelli che hanno fatto questo scempio possono sentire il disprezzo che meritano

#veientanisumus 😉

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Dal 1901 il gruppo scultoreo di Pan e Dafni della Collezione Boncompagni Ludovisi, di cui vi abbiamo mostrato i #lavoriincorsoMNR la scorsa settimana https://fb.watch/3jOi9-IMWl/, è ospitato nelle sale del Museo Nazionale Romano. E’ a quell’anno, infatti, che risale l’ingresso della Collezione al Museo delle Terme, accolta inizialmente nel “chiostro piccolo”, presto detto “Chiostro Ludovisi” proprio per la presenza di quelle opere. Dal 1997, invece, la scultura si trova al primo piano di Palazzo Altemps. In questa foto storica, degli anni Dieci del secolo scorso, il gruppo marmoreo è ripreso nella sua originaria collocazione nel chiostro piccolo; è ancora perfettamente visibile la foglia di fico che venne pudicamente messa a copertura del membro del dio Pan, giudicato eccessivamente prorompente. Questo tipo di intervento rientra nel processo impropriamente chiamato la “Grande castrazione di papa Pio IX”: in realtà l’uso di nascondere con foglie di fico le parti intime delle statue non può ricondursi esclusivamente, o prevalentemente, al pontificato di Pio IX dato che si sviluppò in più momenti tra il XVII e il XIX secolo. Per poter collocare la foglia, probabilmente nell’Ottocento, il dio Pan venne letteralmente evirato; come hanno mostrato le restauratrici la settimana scorsa, sul marmo, è ancora nettamente visibile la frattura che i restauri del secolo scorso hanno rivelato durante la rimozione della foglia stessa.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 17052)
Lastra stereoscopica del gruppo Pan e Dafni  #museonazionaleromano #termedidiocleziano #storieinarchivioMNR #archiviofotograficomnr #palazzoaltemps #panedafni

Dal 1901 il gruppo scultoreo di Pan e Dafni della Collezione Boncompagni Ludovisi, di cui vi abbiamo mostrato i #lavoriincorsoMNR la scorsa settimana fb.watch/3jOi9-IMWl/, è ospitato nelle sale del Museo Nazionale Romano. E’ a quell’anno, infatti, che risale l’ingresso della Collezione al Museo delle Terme, accolta inizialmente nel “chiostro piccolo”, presto detto “Chiostro Ludovisi” proprio per la presenza di quelle opere. Dal 1997, invece, la scultura si trova al primo piano di Palazzo Altemps. In questa foto storica, degli anni Dieci del secolo scorso, il gruppo marmoreo è ripreso nella sua originaria collocazione nel chiostro piccolo; è ancora perfettamente visibile la foglia di fico che venne pudicamente messa a copertura del membro del dio Pan, giudicato eccessivamente prorompente. Questo tipo di intervento rientra nel processo impropriamente chiamato la “Grande castrazione di papa Pio IX”: in realtà l’uso di nascondere con foglie di fico le parti intime delle statue non può ricondursi esclusivamente, o prevalentemente, al pontificato di Pio IX dato che si sviluppò in più momenti tra il XVII e il XIX secolo. Per poter collocare la foglia, probabilmente nell’Ottocento, il dio Pan venne letteralmente evirato; come hanno mostrato le restauratrici la settimana scorsa, sul marmo, è ancora nettamente visibile la frattura che i restauri del secolo scorso hanno rivelato durante la rimozione della foglia stessa.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 17052)
Lastra stereoscopica del gruppo Pan e Dafni

#museonazionaleromano #termedidiocleziano #storieinarchivioMNR #archiviofotograficomnr #palazzoaltemps #panedafni
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