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Erano ormai un paio di anni che l’Isola Tiberina era diventata un grande cantiere; grazie a una cospicua donazione del papa, era stato infatti possibile demolire tutti gli edifici della parte occidentale dell’isola per ampliare e ristrutturare in modo radicale l’Ospedale dei Fatebenefratelli. Da secoli erano così chiamati in Italia i “Frati Ospedalieri” di San Giovanni di Dio, in memoria delle esortazioni che lo stesso santo rivolgeva agli uomini: “fate bene fratelli, per l’amore di Dio!”.
Le demolizioni furono concluse nel settembre 1931 e proprio negli ultimi mesi, tra la terra di riporto emersero i frammenti di una statua che ritraeva una bambina. Doveva essere particolarmente delicata, proprio come la bimba che ritraeva, perché già in antico qualcuno era dovuto intervenire per restaurarla, ricongiungendo la testa al collo attraverso un tassello nascosto dietro la nuca. L’acconciatura dei capelli, tipica dell’età flavia, permise di riconoscere nella bimba ritratta la figlia di Tito, Giulia, morta appena ventenne. I frammenti vennero affidati alle pazienti mani dei restauratori del Museo e finalmente, in una calda mattina autunnale, la statua venne portata nel Chiostro di Michelangelo dove sarebbe stata esposta al pubblico. Il drappo nero, sorretto dagli aiutanti dei fotografi nascosti dietro un’alta scala, riuscì a mettere in risalto il candore del marmo e lo sguardo fiero e pieno di fiducia della piccola principessa.  ©Archivio Fotografico MNR  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #Tevere #IsolaTiberina #OspedaleFatebenefratelli #palazzoMassimo #GiuliadiTito

Erano ormai un paio di anni che l’Isola Tiberina era diventata un grande cantiere; grazie a una cospicua donazione del papa, era stato infatti possibile demolire tutti gli edifici della parte occidentale dell’isola per ampliare e ristrutturare in modo radicale l’Ospedale dei Fatebenefratelli. Da secoli erano così chiamati in Italia i “Frati Ospedalieri” di San Giovanni di Dio, in memoria delle esortazioni che lo stesso santo rivolgeva agli uomini: “fate bene fratelli, per l’amore di Dio!”.
Le demolizioni furono concluse nel settembre 1931 e proprio negli ultimi mesi, tra la terra di riporto emersero i frammenti di una statua che ritraeva una bambina. Doveva essere particolarmente delicata, proprio come la bimba che ritraeva, perché già in antico qualcuno era dovuto intervenire per restaurarla, ricongiungendo la testa al collo attraverso un tassello nascosto dietro la nuca. L’acconciatura dei capelli, tipica dell’età flavia, permise di riconoscere nella bimba ritratta la figlia di Tito, Giulia, morta appena ventenne. I frammenti vennero affidati alle pazienti mani dei restauratori del Museo e finalmente, in una calda mattina autunnale, la statua venne portata nel Chiostro di Michelangelo dove sarebbe stata esposta al pubblico. Il drappo nero, sorretto dagli aiutanti dei fotografi nascosti dietro un’alta scala, riuscì a mettere in risalto il candore del marmo e lo sguardo fiero e pieno di fiducia della piccola principessa.

©Archivio Fotografico MNR

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Sempre interessanti le vostre #storie 😍

2 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Come ogni anno, anche nel 1886, luglio aveva riservato le solite giornate afose; il cielo aveva assunto un colore metallico, quasi si preparasse a una nevicata, ma le temperature dicevano ben altro e neanche il consueto refrigerio serale riusciva ad alleggerire il peso delle giornate di lavoro. Sulla sponda del Tevere lavoravano incessantemente le draghe e si scavano i grandi cassoni per le fondazioni dei “muraglioni”. In quella giornata incolore, a breve distanza da via Giulia, anche i ritrovamenti sembravano non essere da meno. Dal letto del fiume, Rodolfo Lanciani non aveva raccolto che piccoli frammenti di marmo iscritti: niente di integro, poche lettere, nemmeno quel tanto che potesse dare qualche indicazione su una vita passata. La giornata sembrava concludersi senza alcun elemento notevole quando, dalla sabbia, Lanciani vide affiorare, ancora una volta, qualcosa di molto piccolo. Appena più grande delle sue mani, con tracce evidenti del colore antico tra i capelli, le ciglia e il mantello, l’imperatore Caligola sembrava sfidare il suo sguardo incredulo.  ©Archivio Fotografico MNR
Busto miniaturistico di Caligola  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #Tevere #muraglioni #palazzoMassimo #Caligola

Come ogni anno, anche nel 1886, luglio aveva riservato le solite giornate afose; il cielo aveva assunto un colore metallico, quasi si preparasse a una nevicata, ma le temperature dicevano ben altro e neanche il consueto refrigerio serale riusciva ad alleggerire il peso delle giornate di lavoro. Sulla sponda del Tevere lavoravano incessantemente le draghe e si scavano i grandi cassoni per le fondazioni dei “muraglioni”. In quella giornata incolore, a breve distanza da via Giulia, anche i ritrovamenti sembravano non essere da meno. Dal letto del fiume, Rodolfo Lanciani non aveva raccolto che piccoli frammenti di marmo iscritti: niente di integro, poche lettere, nemmeno quel tanto che potesse dare qualche indicazione su una vita passata. La giornata sembrava concludersi senza alcun elemento notevole quando, dalla sabbia, Lanciani vide affiorare, ancora una volta, qualcosa di molto piccolo. Appena più grande delle sue mani, con tracce evidenti del colore antico tra i capelli, le ciglia e il mantello, l’imperatore Caligola sembrava sfidare il suo sguardo incredulo.

©Archivio Fotografico MNR
Busto miniaturistico di Caligola

#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #Tevere #muraglioni #palazzoMassimo #Caligola
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🙂

Superbe buste de Caligula

Superbe

4 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Nel maggio 1890 del Teatro Apollo (che i Romani si ostinavano a chiamare Tordinona, in memoria del vecchio teatro su cui era sorto) non era rimasto più nulla. La sua posizione spettacolare, a picco sul fiume, ne aveva reso necessario il sacrificio al momento della costruzione dei muraglioni. Del resto il Teatro stesso era frequentemente vittima delle inondazioni del fiume, come in occasione della storica prima del Trovatore, nel gennaio 1853, quando, ancora una volta, gli spettatori furono costretti ad accedere attraverso lo speciale ponte mobile che veniva utilizzato a ogni piena del fiume. Nel maggio 1890, nel luogo in cui si trovava il Teatro, esattamente sulla sponda opposta a quella di Castel S. Angelo, gli scavi avevano raggiunto la quota di 5 metri: si stava realizzando uno dei piloni di fondazione dei muraglioni quando, da quelle profondità, emersero le strutture appartenenti a un’edicola circolare circondata da quindici colonne. Al centro era collocata una grande base in marmo; osservandola con attenzione, gli archeologi si accorsero della raffinatissima decorazione costituita da un bucranio dalle lunghe corna sospeso su rami di platano intrecciati a formare una ghirlanda. La presenza di decorazioni raffiguranti pelli di leone su alcuni frammenti di capitelli fecero pensare subito a un santuario dedicato a Ercole. Ancora una volta il Tevere aveva celato e protetto nel suo alveo un segreto tesoro di meraviglie.  ©Archivio Fotografico MNR
Foto Anderson  #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #Tevere #muraglioni #TeatroApollo #TeatroTordinona #palazzoMassimo

Nel maggio 1890 del Teatro Apollo (che i Romani si ostinavano a chiamare Tordinona, in memoria del vecchio teatro su cui era sorto) non era rimasto più nulla. La sua posizione spettacolare, a picco sul fiume, ne aveva reso necessario il sacrificio al momento della costruzione dei muraglioni. Del resto il Teatro stesso era frequentemente vittima delle inondazioni del fiume, come in occasione della storica prima del Trovatore, nel gennaio 1853, quando, ancora una volta, gli spettatori furono costretti ad accedere attraverso lo speciale ponte mobile che veniva utilizzato a ogni piena del fiume. Nel maggio 1890, nel luogo in cui si trovava il Teatro, esattamente sulla sponda opposta a quella di Castel S. Angelo, gli scavi avevano raggiunto la quota di 5 metri: si stava realizzando uno dei piloni di fondazione dei muraglioni quando, da quelle profondità, emersero le strutture appartenenti a un’edicola circolare circondata da quindici colonne. Al centro era collocata una grande base in marmo; osservandola con attenzione, gli archeologi si accorsero della raffinatissima decorazione costituita da un bucranio dalle lunghe corna sospeso su rami di platano intrecciati a formare una ghirlanda. La presenza di decorazioni raffiguranti pelli di leone su alcuni frammenti di capitelli fecero pensare subito a un santuario dedicato a Ercole. Ancora una volta il Tevere aveva celato e protetto nel suo alveo un segreto tesoro di meraviglie.

©Archivio Fotografico MNR
Foto Anderson

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Erano ormai molti anni che Rodolfo Lanciani partecipava ai lavori sul Tevere; le aspettative erano grandi. Finalmente Roma, ormai capitale del Regno, non sarebbe stata più vittima dei capricci del fiume che, ogni volta che voleva, invadeva la città danneggiandola e lasciando al suo passaggio vittime, rovine e danni. In quel perpetuo andare e venire, il fiume aveva rapito grandi quantità di opere d’arte e, come ebbe modo di dire lo stesso Lanciani, aveva imparato a prendersene cura, incastonandole saldamente ma delicatamente nel suo letto. Niente però poteva essere così profondamente nascosto da sfuggire alla ricerca dell’uomo. Così, il 20 settembre del 1885, mentre si lavorava con cassoni ad aria compressa per realizzare il pilone centrale del “nuovo ponte alla Regola” (quello che oggi chiamiamo “Ponte Garibaldi), dal fondo limaccioso del Tevere, spuntò fuori una delle più preziose statue di bronzo oggi a Palazzo Massimo: lo chiamiamo ancora oggi il “Dioniso del Tevere”, a ricordo di quel fiume che, per molti secoli, lo trattenne tra le sue acque, proteggendolo dalla distruzione.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 17079)  #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #Tevere #muraglioni #palazzoMassimo #DionisodalTevere

Erano ormai molti anni che Rodolfo Lanciani partecipava ai lavori sul Tevere; le aspettative erano grandi. Finalmente Roma, ormai capitale del Regno, non sarebbe stata più vittima dei capricci del fiume che, ogni volta che voleva, invadeva la città danneggiandola e lasciando al suo passaggio vittime, rovine e danni. In quel perpetuo andare e venire, il fiume aveva rapito grandi quantità di opere d’arte e, come ebbe modo di dire lo stesso Lanciani, aveva imparato a prendersene cura, incastonandole saldamente ma delicatamente nel suo letto. Niente però poteva essere così profondamente nascosto da sfuggire alla ricerca dell’uomo. Così, il 20 settembre del 1885, mentre si lavorava con cassoni ad aria compressa per realizzare il pilone centrale del “nuovo ponte alla Regola” (quello che oggi chiamiamo “Ponte Garibaldi), dal fondo limaccioso del Tevere, spuntò fuori una delle più preziose statue di bronzo oggi a Palazzo Massimo: lo chiamiamo ancora oggi il “Dioniso del Tevere”, a ricordo di quel fiume che, per molti secoli, lo trattenne tra le sue acque, proteggendolo dalla distruzione.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 17079)

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Wow, sembra proprio una meraviglia

La mattina del 21 settembre 1891 Felice Barnabei era sovrappensiero: qualcosa gli frullava nella mente ma non riusciva a stabilire esattamente di cosa si trattasse. Un pensiero, un’immagine sfuggente. Si aggirava nel chiostro di Michelangelo osservando i diversi frammenti di statue marmoree emerse dai lavori di arginatura del Tevere; si trattava di materiali in pessime condizioni, consunti e ricoperti da pesanti incrostazioni calcaree. Ritenuti privi di interesse (li chiamavano “oggetti di rifiuto”), venivano via via accumulati in un misero mucchio che rimandava tristemente a una bellezza perduta per sempre. Era stato in quel mucchio che Barnabei aveva notato un torso maschile maggiore del vero, gravemente incrostato sulle spalle e sul fianco destro. Era evidente che il fiume, con la sua forza, aveva eroso buona parte della superficie marmorea, eppure quella statua sembrava degna di avere una possibilità di recupero. Si era consultato con Dardano Bernardini, un restauratore esperto, che, con pazienza e dedizione, era riuscito a recuperare il più possibile la spalla, il fianco sinistro e la schiena. Nel vedere quel marmo tornare alla vita, Barnabei si era ricordato che proprio un anno prima, sempre dal mucchio, gli era sembrato di riconoscere le gambe che a quel torso appartenevano. Proprio quel 21 settembre Bernardini gli mostrava con orgoglio la ricomposizione appena ultimata; era chiaro però che la mente di Barnabei fosse altrove, non sorrideva e sembrava che qualcosa lo tormentasse. Bernardini ebbe un brivido; forse l’archeologo non era più convinto di quella ricomposizione? Invece, improvvisamente Barnabei lo prese per un braccio e lo trascinò con sé; era successo qualcosa, era evidente. In pochi istanti si trovarono di fronte a una testa: magnifica, elegante, una piccola incrostazione rossiccia sui capelli e un’espressione malinconica, quasi a scusarsi di quella imperfezione non voluta. Non c’erano dubbi: la statua poteva recuperare la sua interezza. L’Apollo del Tevere ritrovava la sua antica maestà. Bernardini capì all’istante e guardò ammirato Barnabei: lo vide che sorrideva beato, la mente nuovamente perduta in un altrove di meraviglie.  ©Archivio Fotografico MNR
#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #PalazzoMassimo #Tevere #ApollodelTevere

La mattina del 21 settembre 1891 Felice Barnabei era sovrappensiero: qualcosa gli frullava nella mente ma non riusciva a stabilire esattamente di cosa si trattasse. Un pensiero, un’immagine sfuggente. Si aggirava nel chiostro di Michelangelo osservando i diversi frammenti di statue marmoree emerse dai lavori di arginatura del Tevere; si trattava di materiali in pessime condizioni, consunti e ricoperti da pesanti incrostazioni calcaree. Ritenuti privi di interesse (li chiamavano “oggetti di rifiuto”), venivano via via accumulati in un misero mucchio che rimandava tristemente a una bellezza perduta per sempre. Era stato in quel mucchio che Barnabei aveva notato un torso maschile maggiore del vero, gravemente incrostato sulle spalle e sul fianco destro. Era evidente che il fiume, con la sua forza, aveva eroso buona parte della superficie marmorea, eppure quella statua sembrava degna di avere una possibilità di recupero. Si era consultato con Dardano Bernardini, un restauratore esperto, che, con pazienza e dedizione, era riuscito a recuperare il più possibile la spalla, il fianco sinistro e la schiena. Nel vedere quel marmo tornare alla vita, Barnabei si era ricordato che proprio un anno prima, sempre dal mucchio, gli era sembrato di riconoscere le gambe che a quel torso appartenevano. Proprio quel 21 settembre Bernardini gli mostrava con orgoglio la ricomposizione appena ultimata; era chiaro però che la mente di Barnabei fosse altrove, non sorrideva e sembrava che qualcosa lo tormentasse. Bernardini ebbe un brivido; forse l’archeologo non era più convinto di quella ricomposizione? Invece, improvvisamente Barnabei lo prese per un braccio e lo trascinò con sé; era successo qualcosa, era evidente. In pochi istanti si trovarono di fronte a una testa: magnifica, elegante, una piccola incrostazione rossiccia sui capelli e un’espressione malinconica, quasi a scusarsi di quella imperfezione non voluta. Non c’erano dubbi: la statua poteva recuperare la sua interezza. L’Apollo del Tevere ritrovava la sua antica maestà. Bernardini capì all’istante e guardò ammirato Barnabei: lo vide che sorrideva beato, la mente nuovamente perduta in un altrove di meraviglie.

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Alice...i racconti quelli belli ed emozionanti “un restauratore esperto” 😍

Wow, come la mente umana può costruire e ricostruire

Maravilloso !!! Gracias.

bellissima la foto con lo specchio d'argento intorno!

Che racconto poetico!

Che meraviglia

Ma è avvincente Che coppia Super storia

Increíble!!

Siete la vergogna d’Italia. Aperto solo di pomeriggio, obbligo di biglietto on line … quando per tutti gli altri musei è obbligatorio solo la domenica. Piani aperti a giorni alterni????!!! Questa è la cultura ed il turismo per il Ministro Franceschini!!!! Dov’è il personale del Museo Nazionale Romano ? Dov’è? In smart working da un anno e più… a non fare nulla??? Che fa un custode di museo i smart working a casa??? Fate pena. La gente viene al Museo e voi la mandate indietro ! Meritate tutto il peggio, umiliate l’arte e il patrimonio del nostro paese che … vi fa campare. Il tutto … naturalmente con i soldi nostri, con i soldi dei contribuenti con cui mangiate … a sbafo. Poi dite l’Italia riparte … certo non grazie a voi! Fate pure la pubblicità in via del Corso del Museo. Altri soldi buttati! Pubblicità per qualcosa che non è fruibile … perché il personale lavora … da casa o … peggio è in CIG. Meritereste il fallimento … ma visto che campate alle spalle nostre, ed anche mie, non succederà.

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