Storie dell’archivio fotografico

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4 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Romeo Gelli aspettava con impazienza l’arrivo della Soprintendenza; era contento di liberarsi di quei marmi che da 7 anni si trovavano in una stanza proprio sotto la sua casa, all’ingresso della villa. Rimuginava: se, come gli avevano detto, c’era un premio per il “ritrovatore”, quello spettava proprio a lui. Gelli ricordava quella mattina di agosto del ’37: era stato lui, che del resto aveva curato quasi tutte le piantagioni del giardino di Sua Eccellenza Dino Grandi (il suo padrone da ben 12 anni!), a imbattersi in una muratura mentre scavava per piantare un carciofeto. Avvisò subito Sua Eccellenza ma lo vide restìo: era chiaro che avrebbe preferito che lavorasse al carciofeto piuttosto che a quell’ambiente da cui si scorgevano uccellini dipinti, ma alla fine lo lasciò procedere. Gelli non avrebbe saputo dire quale scultura fosse stata rinvenuta per prima: apparivano sparse qua e là senza ordine. Le avevano estratte con la maggiore attenzione, lo avrebbero visto bene, non c’erano rotture fresche e persino i più piccoli e insignificanti frammenti di marmo erano stati messi in salvo. Quando finalmente il vano era stato compiutamente esplorato, Sua Eccellenza aveva ordinato che fosse nuovamente riempito e che si proseguisse la piantagione del carciofeto, poi gli aveva ordinato di conservare il materiale in quella stanza. Era sollevato all’idea di consegnarlo, anche perché temeva che potesse correre pericolo di manomissioni; venivano talvolta barrocciai o altre persone che trasportavano cose ma lui non si attardava in interrogazioni su cose che non lo riguardavano. Che gli potesse spettare un premio, però, quello lo riguardava eccome! Individuò subito i due uomini, l’assistente Edoardo Cocozza e il custode Guglielmo Di Pietro: lo avrebbe fatto presente a loro. Confidava nella Soprintendenza che di certo, portando quelle opere al Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, avrebbe fatto l’interesse dello Stato, di Sua Eccellenza e, con la corresponsione del premio, anche il suo.

Le sculture sono oggi in mostra allAula Ottagona-Museo dellArte Salvata
#StorieinArchivioMNR  #museonazionaleromano #VillaGrandi #DiVa  #museitaliani  Ministero della Cultura

Romeo Gelli aspettava con impazienza l’arrivo della Soprintendenza; era contento di liberarsi di quei marmi che da 7 anni si trovavano in una stanza proprio sotto la sua casa, all’ingresso della villa. Rimuginava: se, come gli avevano detto, c’era un premio per il “ritrovatore”, quello spettava proprio a lui. Gelli ricordava quella mattina di agosto del ’37: era stato lui, che del resto aveva curato quasi tutte le piantagioni del giardino di Sua Eccellenza Dino Grandi (il suo padrone da ben 12 anni!), a imbattersi in una muratura mentre scavava per piantare un carciofeto. Avvisò subito Sua Eccellenza ma lo vide restìo: era chiaro che avrebbe preferito che lavorasse al carciofeto piuttosto che a quell’ambiente da cui si scorgevano uccellini dipinti, ma alla fine lo lasciò procedere. Gelli non avrebbe saputo dire quale scultura fosse stata rinvenuta per prima: apparivano sparse qua e là senza ordine. Le avevano estratte con la maggiore attenzione, lo avrebbero visto bene, non c’erano rotture fresche e persino i più piccoli e insignificanti frammenti di marmo erano stati messi in salvo. Quando finalmente il vano era stato compiutamente esplorato, Sua Eccellenza aveva ordinato che fosse nuovamente riempito e che si proseguisse la piantagione del carciofeto, poi gli aveva ordinato di conservare il materiale in quella stanza. Era sollevato all’idea di consegnarlo, anche perché temeva che potesse correre pericolo di manomissioni; venivano talvolta barrocciai o altre persone che trasportavano cose ma lui non si attardava in interrogazioni su cose che non lo riguardavano. Che gli potesse spettare un premio, però, quello lo riguardava eccome! Individuò subito i due uomini, l’assistente Edoardo Cocozza e il custode Guglielmo Di Pietro: lo avrebbe fatto presente a loro. Confidava nella Soprintendenza che di certo, portando quelle opere al Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, avrebbe fatto l’interesse dello Stato, di Sua Eccellenza e, con la corresponsione del premio, anche il suo.

Le sculture sono oggi in mostra all'Aula Ottagona-Museo dell'Arte Salvata
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Mai viste. Mai saputo di questa storia. Sembrano provenire dal frontone di un tempio.

Da quale edificio o da che zona provengono? Sembrano statue acroteriali.

“Ogni qualvolta, dal 1867 in poi, ho visto scavare il suolo della campagna, sempre e dappertutto, anche nelle più ignote e più lontane tenute, ho visto tornare in luce tracce del lavoro dell’uomo, strade, ponti, cunicoli, case rustiche, ville signorili, pavimenti di mosaico… e così via discorrendo”. Erano più o meno questi i pensieri di Lanciani mentre, il 28 novembre 1881, tornava sull’Appia: l’affittuario di un terreno, infatti, aveva deciso di recintare la tenuta servendosi di varie macerie ma, invece di procurarsi il materiale dalle vicine cave di selce e peperino, aveva pensato bene di demolire i resti di antichi fabbricati ai lati della ferrovia di Marino, scoperti qualche mese prima. Impossibile sapere quanti danni fossero già stati fatti ma le condizioni si rivelarono subito ideali per condurre uno scavo dell’area “a regola d’arte”. Si poté così esplorare una delle numerose ville suburbane della zona, quella di Q. Voconio Pollione, ricchissima di arredi. Adagiata in una delle aree di rappresentanza della villa fu trovata la statua di Eracle oggi al Chiostro di Michelangelo; per molti anni la scultura fu esposta come appare nell’immagine storica che vi mostriamo, sull’altare funerario della giovane Minucia Suavis benché i due reperti non avessero, in realtà, nulla in comune. 
 #museonazionaleromano #termedidiocleziano #StorieinArchivioMNR #museitaliani #DiVa
@Ministero della Cultura   museitaliani

“Ogni qualvolta, dal 1867 in poi, ho visto scavare il suolo della campagna, sempre e dappertutto, anche nelle più ignote e più lontane tenute, ho visto tornare in luce tracce del lavoro dell’uomo, strade, ponti, cunicoli, case rustiche, ville signorili, pavimenti di mosaico… e così via discorrendo”. Erano più o meno questi i pensieri di Lanciani mentre, il 28 novembre 1881, tornava sull’Appia: l’affittuario di un terreno, infatti, aveva deciso di recintare la tenuta servendosi di varie macerie ma, invece di procurarsi il materiale dalle vicine cave di selce e peperino, aveva pensato bene di demolire i resti di antichi fabbricati ai lati della ferrovia di Marino, scoperti qualche mese prima. Impossibile sapere quanti danni fossero già stati fatti ma le condizioni si rivelarono subito ideali per condurre uno scavo dell’area “a regola d’arte”. Si poté così esplorare una delle numerose ville suburbane della zona, quella di Q. Voconio Pollione, ricchissima di arredi. Adagiata in una delle aree di rappresentanza della villa fu trovata la statua di Eracle oggi al Chiostro di Michelangelo; per molti anni la scultura fu esposta come appare nell’immagine storica che vi mostriamo, sull’altare funerario della giovane Minucia Suavis benché i due reperti non avessero, in realtà, nulla in comune.
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Certo , in Italia è fiorita la Civiltà più grande, longeva , basilare del Pianeta !!!!! R O M A. !!!!!!

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