Storie dell’archivio fotografico

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1 settimana fa

Museo Nazionale Romano
La mattina del 21 settembre 1891 Felice Barnabei era sovrappensiero: qualcosa gli frullava nella mente ma non riusciva a stabilire esattamente di cosa si trattasse. Un pensiero, un’immagine sfuggente. Si aggirava nel chiostro di Michelangelo osservando i diversi frammenti di statue marmoree emerse dai lavori di arginatura del Tevere; si trattava di materiali in pessime condizioni, consunti e ricoperti da pesanti incrostazioni calcaree. Ritenuti privi di interesse (li chiamavano “oggetti di rifiuto”), venivano via via accumulati in un misero mucchio che rimandava tristemente a una bellezza perduta per sempre. Era stato in quel mucchio che Barnabei aveva notato un torso maschile maggiore del vero, gravemente incrostato sulle spalle e sul fianco destro. Era evidente che il fiume, con la sua forza, aveva eroso buona parte della superficie marmorea, eppure quella statua sembrava degna di avere una possibilità di recupero. Si era consultato con Dardano Bernardini, un restauratore esperto, che, con pazienza e dedizione, era riuscito a recuperare il più possibile la spalla, il fianco sinistro e la schiena. Nel vedere quel marmo tornare alla vita, Barnabei si era ricordato che proprio un anno prima, sempre dal mucchio, gli era sembrato di riconoscere le gambe che a quel torso appartenevano. Proprio quel 21 settembre Bernardini gli mostrava con orgoglio la ricomposizione appena ultimata; era chiaro però che la mente di Barnabei fosse altrove, non sorrideva e sembrava che qualcosa lo tormentasse. Bernardini ebbe un brivido; forse l’archeologo non era più convinto di quella ricomposizione? Invece, improvvisamente Barnabei lo prese per un braccio e lo trascinò con sé; era successo qualcosa, era evidente. In pochi istanti si trovarono di fronte a una testa: magnifica, elegante, una piccola incrostazione rossiccia sui capelli e un’espressione malinconica, quasi a scusarsi di quella imperfezione non voluta. Non c’erano dubbi: la statua poteva recuperare la sua interezza. L’Apollo del Tevere ritrovava la sua antica maestà. Bernardini capì all’istante e guardò ammirato Barnabei: lo vide che sorrideva beato, la mente nuovamente perduta in un altrove di meraviglie.  ©Archivio Fotografico MNR
#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #PalazzoMassimo #Tevere #ApollodelTevere

La mattina del 21 settembre 1891 Felice Barnabei era sovrappensiero: qualcosa gli frullava nella mente ma non riusciva a stabilire esattamente di cosa si trattasse. Un pensiero, un’immagine sfuggente. Si aggirava nel chiostro di Michelangelo osservando i diversi frammenti di statue marmoree emerse dai lavori di arginatura del Tevere; si trattava di materiali in pessime condizioni, consunti e ricoperti da pesanti incrostazioni calcaree. Ritenuti privi di interesse (li chiamavano “oggetti di rifiuto”), venivano via via accumulati in un misero mucchio che rimandava tristemente a una bellezza perduta per sempre. Era stato in quel mucchio che Barnabei aveva notato un torso maschile maggiore del vero, gravemente incrostato sulle spalle e sul fianco destro. Era evidente che il fiume, con la sua forza, aveva eroso buona parte della superficie marmorea, eppure quella statua sembrava degna di avere una possibilità di recupero. Si era consultato con Dardano Bernardini, un restauratore esperto, che, con pazienza e dedizione, era riuscito a recuperare il più possibile la spalla, il fianco sinistro e la schiena. Nel vedere quel marmo tornare alla vita, Barnabei si era ricordato che proprio un anno prima, sempre dal mucchio, gli era sembrato di riconoscere le gambe che a quel torso appartenevano. Proprio quel 21 settembre Bernardini gli mostrava con orgoglio la ricomposizione appena ultimata; era chiaro però che la mente di Barnabei fosse altrove, non sorrideva e sembrava che qualcosa lo tormentasse. Bernardini ebbe un brivido; forse l’archeologo non era più convinto di quella ricomposizione? Invece, improvvisamente Barnabei lo prese per un braccio e lo trascinò con sé; era successo qualcosa, era evidente. In pochi istanti si trovarono di fronte a una testa: magnifica, elegante, una piccola incrostazione rossiccia sui capelli e un’espressione malinconica, quasi a scusarsi di quella imperfezione non voluta. Non c’erano dubbi: la statua poteva recuperare la sua interezza. L’Apollo del Tevere ritrovava la sua antica maestà. Bernardini capì all’istante e guardò ammirato Barnabei: lo vide che sorrideva beato, la mente nuovamente perduta in un altrove di meraviglie.

©Archivio Fotografico MNR
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Alice...i racconti quelli belli ed emozionanti “un restauratore esperto” 😍

Wow, come la mente umana può costruire e ricostruire

bellissima la foto con lo specchio d'argento intorno!

Maravilloso !!! Gracias.

Che racconto poetico!

Che meraviglia

Ma è avvincente Che coppia Super storia

Increíble!!

Siete la vergogna d’Italia. Aperto solo di pomeriggio, obbligo di biglietto on line … quando per tutti gli altri musei è obbligatorio solo la domenica. Piani aperti a giorni alterni????!!! Questa è la cultura ed il turismo per il Ministro Franceschini!!!! Dov’è il personale del Museo Nazionale Romano ? Dov’è? In smart working da un anno e più… a non fare nulla??? Che fa un custode di museo i smart working a casa??? Fate pena. La gente viene al Museo e voi la mandate indietro ! Meritate tutto il peggio, umiliate l’arte e il patrimonio del nostro paese che … vi fa campare. Il tutto … naturalmente con i soldi nostri, con i soldi dei contribuenti con cui mangiate … a sbafo. Poi dite l’Italia riparte … certo non grazie a voi! Fate pure la pubblicità in via del Corso del Museo. Altri soldi buttati! Pubblicità per qualcosa che non è fruibile … perché il personale lavora … da casa o … peggio è in CIG. Meritereste il fallimento … ma visto che campate alle spalle nostre, ed anche mie, non succederà.

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Il 17 ottobre 1910 la Fanciulla di Anzio fu esposta per la prima volta al pubblico, collocata provvisoriamente in fondo all’ala II del Chiostro di Michelangelo, in attesa della sua sede definitiva nella sala IV del piano superiore. La statua aveva fatto parlare parecchio di sé e l’aspettativa era molto alta. Non era solo il suo ritrovamento a essere divenuto “leggendario” ma anche tutto quello che ne era seguito. Nel dicembre 1878, infatti, nella località Arco Muto, una mareggiata aveva fatto franare una parte del terreno mettendo in luce una parete con nicchie; proprio in una di queste nicchie, decorata a stucco bianco a simulare una conchiglia, era apparsa la statua, nella posizione che gli antichi le avevano attribuito. Un po’ a causa di scatti fotografici non particolarmente ben riusciti, un po’ per i giudizi poco lusinghieri di Pietro Rosa, però, la fanciulla venne dimenticata fino al 1898 quando tornò all’attenzione di studiosi e collezionisti. A partire da quel momento, le sue quotazioni cominciarono a salire vertiginosamente finché, nel 1902, giunse la richiesta di esportazione per un’acquirente d’oltreoceano, una milionaria di Boston. Già da tempo, commissioni ministeriali si interessavano al destino della scultura e quello fu l’elemento decisivo: rompendo gli indugi, il 9 ottobre 1909 lo Stato italiano acquistò la scultura per la ragguardevole cifra di 450.000 lire. La somma era piuttosto rilevante e diede vita a un’infinita serie di polemiche a colpi di “osanna e crucifige”, per dirla con le parole di allora, perché se alcuni si rallegravano dell’acquisto, altri, invece, puntavano il dito sulle modalità con cui era si era svolta l’intera vicenda. La fanciulla di Anzio si presentò così al grande pubblico: investita di questo grande valore e ammantata del suo alone di mistero; considerata da sempre una raffigurazione enigmatica, fa ancora oggi parlare di sé, dalle sale di Palazzo Massimo.  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #FanciulladiAnzio #PalazzoMassimo #archiviofotograficoMNR 
©Archivio Fotografico MNR

Il 17 ottobre 1910 la Fanciulla di Anzio fu esposta per la prima volta al pubblico, collocata provvisoriamente in fondo all’ala II del Chiostro di Michelangelo, in attesa della sua sede definitiva nella sala IV del piano superiore. La statua aveva fatto parlare parecchio di sé e l’aspettativa era molto alta. Non era solo il suo ritrovamento a essere divenuto “leggendario” ma anche tutto quello che ne era seguito. Nel dicembre 1878, infatti, nella località Arco Muto, una mareggiata aveva fatto franare una parte del terreno mettendo in luce una parete con nicchie; proprio in una di queste nicchie, decorata a stucco bianco a simulare una conchiglia, era apparsa la statua, nella posizione che gli antichi le avevano attribuito. Un po’ a causa di scatti fotografici non particolarmente ben riusciti, un po’ per i giudizi poco lusinghieri di Pietro Rosa, però, la fanciulla venne dimenticata fino al 1898 quando tornò all’attenzione di studiosi e collezionisti. A partire da quel momento, le sue quotazioni cominciarono a salire vertiginosamente finché, nel 1902, giunse la richiesta di esportazione per un’acquirente d’oltreoceano, una milionaria di Boston. Già da tempo, commissioni ministeriali si interessavano al destino della scultura e quello fu l’elemento decisivo: rompendo gli indugi, il 9 ottobre 1909 lo Stato italiano acquistò la scultura per la ragguardevole cifra di 450.000 lire. La somma era piuttosto rilevante e diede vita a un’infinita serie di polemiche a colpi di “osanna e crucifige”, per dirla con le parole di allora, perché se alcuni si rallegravano dell’acquisto, altri, invece, puntavano il dito sulle modalità con cui era si era svolta l’intera vicenda. La fanciulla di Anzio si presentò così al grande pubblico: investita di questo grande valore e ammantata del suo alone di mistero; considerata da sempre una raffigurazione enigmatica, fa ancora oggi parlare di sé, dalle sale di Palazzo Massimo.

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Il restauratore del Museo era particolarmente soddisfatto. Il giorno prima aveva ultimato il montaggio dei diversi frammenti del fregio dipinto dal Colombario dell’Esquilino in solide cornici di legno, come si usava all’epoca; quella mattina avrebbe partecipato alla realizzazione delle riprese fotografiche necessarie sia per la documentazione interna, sia per eventuali pubblicazioni. Appena varcata la soglia della sala, però, i fotografi avevano subito iniziato a brontolare: come ci si aspettava che scattassero le fotografie? Sdraiati a terra? Gli affreschi andavano collocati all’altezza giusta. Il restauratore ci pensò su: non c’era forse un tavolino abbastanza alto nel laboratorio? Si precipitò a prenderlo ma i fotografi scossero immediatamente il capo: insufficiente. Si guardò intorno: in un angolo era posata una cassa di legno avanzata da qualche trasporto. La posò sul tavolino: i fotografi scossero ancora una volta il capo. Fu l’anziano casiere a risolvere il problema. «Ce penso io!», gridò a gran voce allacciandosi il grembiule marrone. Ritornò poco dopo con una bella cassa di “pomidori pelati Gondolier”.  «So’ i migliori dotto’, per questo c’ho sempre le scorte!». I fotografi annuirono silenziosamente sfoderando le macchine fotografiche, segno che l’altezza desiderata era stata raggiunta. Così, nonostante le prime difficoltà, il 12 febbraio 1957, fu portata a compimento la campagna fotografica del ciclo di affreschi raffiguranti il ciclo delle leggende sulla nascita di Roma.  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #ancoraNatalediRoma #archiviofotograficoMNR  ©Archivio Fotogorafico MNR

Il restauratore del Museo era particolarmente soddisfatto. Il giorno prima aveva ultimato il montaggio dei diversi frammenti del fregio dipinto dal Colombario dell’Esquilino in solide cornici di legno, come si usava all’epoca; quella mattina avrebbe partecipato alla realizzazione delle riprese fotografiche necessarie sia per la documentazione interna, sia per eventuali pubblicazioni. Appena varcata la soglia della sala, però, i fotografi avevano subito iniziato a brontolare: come ci si aspettava che scattassero le fotografie? Sdraiati a terra? Gli affreschi andavano collocati all’altezza giusta. Il restauratore ci pensò su: non c’era forse un tavolino abbastanza alto nel laboratorio? Si precipitò a prenderlo ma i fotografi scossero immediatamente il capo: insufficiente. Si guardò intorno: in un angolo era posata una cassa di legno avanzata da qualche trasporto. La posò sul tavolino: i fotografi scossero ancora una volta il capo. Fu l’anziano casiere a risolvere il problema. «Ce penso io!», gridò a gran voce allacciandosi il grembiule marrone. Ritornò poco dopo con una bella cassa di “pomidori pelati Gondolier”. «So’ i migliori dotto’, per questo c’ho sempre le scorte!». I fotografi annuirono silenziosamente sfoderando le macchine fotografiche, segno che l’altezza desiderata era stata raggiunta. Così, nonostante le prime difficoltà, il 12 febbraio 1957, fu portata a compimento la campagna fotografica del ciclo di affreschi raffiguranti il ciclo delle leggende sulla nascita di Roma.

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"So'i migliori, dotto'" 😂

Maria Luisa Marella era soddisfatta del lavoro che stava portando avanti, uno studio sui ritratti di età augustea, in particolare il ritratto di Ottavia. Il lavoro comprendeva confronti di ritratti e acconciature e, appena avesse avuto tutte le foto disponibili, avrebbe tratto le sue conclusioni e le avrebbe presentate alla conferenza della Reale Accademia d’Italia. Fino a quel giorno mancavano due delle fotografie più importanti, ma finalmente l’avevano chiamata dal Museo delle Terme di Diocleziano e aveva avuto l’opportunità di visionare le stampe che aspettava da tempo. Il fotografo, per non sbagliare, aveva scritto sul negativo “Eseguita 13/4/1942 per la Sig. Marella” e le aveva porto le due immagini che aveva sviluppato: profilo destro e profilo sinistro del ritratto femminile che aveva come numero di inventario 52875. L’acconciatura si distingueva perfettamente e le consentiva di studiare a fondo la tipologia: era chiaramente una variante della pettinatura greca “a melone”, lo si capiva perché i capelli erano divisi da una scriminatura al centro e raccolti all’indietro in ciocche parallele e ondulate che disegnavano una forma proprio simile agli spicchi di melone. Erano quindi raccolti in uno chignon e sulla fronte e dietro le orecchie riccioli corti e boccoli incorniciavano il volto. Era una acconciatura complessa, la foto lo metteva bene in evidenza: la ciocca di capelli che partiva da dietro l’orecchio sinistro passava attraverso un nodo al centro della testa per ricadere sul lato destro creando un movimento verticale e laterale allo stesso tempo. Gli scatti erano perfetti, non vedeva l’ora di poterli mostrare alla conferenza e sostenere la sua tesi sui ritratti di età augustea. Adesso aveva tutto quello che le serviva: era davvero pronta.  #StorieinArchivioMNR
#ArchivioFotograficoMNR
#TermediDiocleziano
#PalazzoMassimo  ©Archivio Fototgrafico MNR (invv. foto 3892-3893)

Maria Luisa Marella era soddisfatta del lavoro che stava portando avanti, uno studio sui ritratti di età augustea, in particolare il ritratto di Ottavia. Il lavoro comprendeva confronti di ritratti e acconciature e, appena avesse avuto tutte le foto disponibili, avrebbe tratto le sue conclusioni e le avrebbe presentate alla conferenza della Reale Accademia d’Italia. Fino a quel giorno mancavano due delle fotografie più importanti, ma finalmente l’avevano chiamata dal Museo delle Terme di Diocleziano e aveva avuto l’opportunità di visionare le stampe che aspettava da tempo. Il fotografo, per non sbagliare, aveva scritto sul negativo “Eseguita 13/4/1942 per la Sig. Marella” e le aveva porto le due immagini che aveva sviluppato: profilo destro e profilo sinistro del ritratto femminile che aveva come numero di inventario 52875. L’acconciatura si distingueva perfettamente e le consentiva di studiare a fondo la tipologia: era chiaramente una variante della pettinatura greca “a melone”, lo si capiva perché i capelli erano divisi da una scriminatura al centro e raccolti all’indietro in ciocche parallele e ondulate che disegnavano una forma proprio simile agli spicchi di melone. Erano quindi raccolti in uno chignon e sulla fronte e dietro le orecchie riccioli corti e boccoli incorniciavano il volto. Era una acconciatura complessa, la foto lo metteva bene in evidenza: la ciocca di capelli che partiva da dietro l’orecchio sinistro passava attraverso un nodo al centro della testa per ricadere sul lato destro creando un movimento verticale e laterale allo stesso tempo. Gli scatti erano perfetti, non vedeva l’ora di poterli mostrare alla conferenza e sostenere la sua tesi sui ritratti di età augustea. Adesso aveva tutto quello che le serviva: era davvero pronta.

#StorieinArchivioMNR
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#TermediDiocleziano
#PalazzoMassimo

©Archivio Fototgrafico MNR (invv. foto 3892-3893)
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Paul Glaucker era arrivato a Roma da pochi mesi. Era stato per  molti anni in Algeria e in Tunisia doveva aveva diretto  il Service des Antiquités et Arts; i suoi ottimi risultati non erano riusciti a tenerlo lontano da inimicizie e dissapori con i vari archeologi dilettanti che la facevano da padroni in diverse missioni. Era stato anche per questo che aveva deciso di rientrare in Francia ma il Ministère de l’Instruction publique et des Beaux-Arts lo aveva inviato dopo poco a Roma. Era giunto da pochi mesi quando venne incaricato di seguire degli scavi al Gianicolo: durante gli sterri per la costruzione di un villino, infatti, erano stati trovati alcuni altari con iscrizioni dedicati a divinità orientali. Il sito non era sconosciuto; già nei secoli precedenti erano stati condotti alcuni scavi che avevano sempre messo in luce materiali legati a culti orientali. Con l’aiuto dei suoi allievi, Darier e Nicole, Glaucker scoprì un grande santuario che aveva avuto diverse fasi di vita. La scoperta più sensazionale fu, però, quella del cosiddetto “idolo”. Sepolto in una piccola nicchia, scavata in una struttura triangolare, riapparve alla luce con tracce delle offerte: uova, fiori e semi. Ed è proprio accanto a quell’altare che i tre uomini vollero farsi ritrarre, fieri e soddisfatti di riportare in vita, ancora una volta, quel preziosissimo reperto.  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #SantuarioSiriacoalGianicolo 
©Archivio Fotografico MNR

Paul Glaucker era arrivato a Roma da pochi mesi. Era stato per molti anni in Algeria e in Tunisia doveva aveva diretto il Service des Antiquités et Arts; i suoi ottimi risultati non erano riusciti a tenerlo lontano da inimicizie e dissapori con i vari archeologi dilettanti che la facevano da padroni in diverse missioni. Era stato anche per questo che aveva deciso di rientrare in Francia ma il Ministère de l’Instruction publique et des Beaux-Arts lo aveva inviato dopo poco a Roma. Era giunto da pochi mesi quando venne incaricato di seguire degli scavi al Gianicolo: durante gli sterri per la costruzione di un villino, infatti, erano stati trovati alcuni altari con iscrizioni dedicati a divinità orientali. Il sito non era sconosciuto; già nei secoli precedenti erano stati condotti alcuni scavi che avevano sempre messo in luce materiali legati a culti orientali. Con l’aiuto dei suoi allievi, Darier e Nicole, Glaucker scoprì un grande santuario che aveva avuto diverse fasi di vita. La scoperta più sensazionale fu, però, quella del cosiddetto “idolo”. Sepolto in una piccola nicchia, scavata in una struttura triangolare, riapparve alla luce con tracce delle offerte: uova, fiori e semi. Ed è proprio accanto a quell’altare che i tre uomini vollero farsi ritrarre, fieri e soddisfatti di riportare in vita, ancora una volta, quel preziosissimo reperto.

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Rara la forma triangolare, vero⁉️

Mai visto ho fatto qualche scavo mai una forma triangolare.

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