Stories from the photographic archive

Comments Box SVG iconsUsed for the like, share, comment, and reaction icons

This message is only visible to site admins
Problem displaying Facebook posts. Backup cache in use.

Error: Error validating access token: The session has been invalidated because the user changed their password or Facebook has changed the session for security reasons.
Type: OAuthException
Nel 1910, in occasione della demolizione di alcuni caseggiati sul fianco destro del Vittoriano, al civico 78 di via Marforio, ci si rese conto che, nella muratura di una casa, era inserita una grande base marmorea. Era spaccata e chiaramente danneggiata dal fuoco e, sulla parte superiore, conservava le tracce della statua bronza che un tempo vi era posizionata sopra: non solo erano evidenti gli incastri per i piedi, ma anche le grosse imperniature di ferro fissate con colate di piombo che rivelavano come la statua doveva avere il piede destro posato all’indietro e l’altro proteso in avanti, sporgente dalla base. Antonio Pasqui cercò invano l’iscrizione sulla fronte ma si rese conto immediatamente che, per qualche strano motivo, essa era invece posta sul fianco destro. L’Ufficio per gli Scavi di Roma e Provincia fece traportare la base nel Museo Nazionale Romano e là Giovanni Costa poté studiarla con attenzione, rivedendo anche alcune considerazioni già fatte dal suo collega. L’iscrizione testimoniava la cerimonia dell’augurium salutis populi Romani, il rito che, di fatto, doveva garantire la salvezza del popolo romano: la parte centrale dell’iscrizione, tuttavia, risultava appena leggibile, non solo per lo stato di conservazione ma soprattutto per la leggerezza con la quale le lettere erano state incise. Più Costa la osservava, più aveva l’impressione che, qua e là, ci fossero altre lettere: aste curve che però, a una seconda occhiata si rivelavano poco più che un’illusione ottica. In quel paziente lavoro gli furono di grande aiuto i fotografi e i custodi del Museo che, con non pochi sforzi, lo aiutavano con drappi e luci a ottenere la migliore luce possibile per la lettura. Come scrisse lo stesso Costa, però, alla fine nessuno poteva negare né l’importanza della nuova epigrafe né a quali ottimi risultati aveva portato la possibilità di studiarlo: “e non mi pare sia poco!” scrisse, evidentemente soddisfatto, a conclusione del suo studio.
#museonazionaleromano
Archivio Fotografico MNR (invv. foto 5452 e 5453)
#archiviofotograficoMNR
#StorieinArchivioMNR

Nel 1910, in occasione della demolizione di alcuni caseggiati sul fianco destro del Vittoriano, al civico 78 di via Marforio, ci si rese conto che, nella muratura di una casa, era inserita una grande base marmorea. Era spaccata e chiaramente danneggiata dal fuoco e, sulla parte superiore, conservava le tracce della statua bronza che un tempo vi era posizionata sopra: non solo erano evidenti gli incastri per i piedi, ma anche le grosse imperniature di ferro fissate con colate di piombo che rivelavano come la statua doveva avere il piede destro posato all’indietro e l’altro proteso in avanti, sporgente dalla base. Antonio Pasqui cercò invano l’iscrizione sulla fronte ma si rese conto immediatamente che, per qualche strano motivo, essa era invece posta sul fianco destro. L’Ufficio per gli Scavi di Roma e Provincia fece traportare la base nel Museo Nazionale Romano e là Giovanni Costa poté studiarla con attenzione, rivedendo anche alcune considerazioni già fatte dal suo collega. L’iscrizione testimoniava la cerimonia dell’augurium salutis populi Romani, il rito che, di fatto, doveva garantire la salvezza del popolo romano: la parte centrale dell’iscrizione, tuttavia, risultava appena leggibile, non solo per lo stato di conservazione ma soprattutto per la leggerezza con la quale le lettere erano state incise. Più Costa la osservava, più aveva l’impressione che, qua e là, ci fossero altre lettere: aste curve che però, a una seconda occhiata si rivelavano poco più che un’illusione ottica. In quel paziente lavoro gli furono di grande aiuto i fotografi e i custodi del Museo che, con non pochi sforzi, lo aiutavano con drappi e luci a ottenere la migliore luce possibile per la lettura. Come scrisse lo stesso Costa, però, alla fine nessuno poteva negare né l’importanza della nuova epigrafe né a quali ottimi risultati aveva portato la possibilità di studiarlo: “e non mi pare sia poco!” scrisse, evidentemente soddisfatto, a conclusione del suo studio.
#museonazionaleromano
Archivio Fotografico MNR (invv. foto 5452 e 5453)
#archiviofotograficoMNR
#StorieinArchivioMNR
... Leggi tuttoComprimi

Commenta su Facebook

Grazie! Interessante come sempre. Mi sono sempre chiesta quanto sia stato perduto nel corso delle demolizioni. C'erano degli archeologi o uomini di buona volontà che controllassero che tra le macerie non ci fosse qualche antichità?

Da pochi giorni ho fatto caso ad un dettaglio sempre ai piedi del Vittoriano prima delle demolizioni, e mi chiedo che fine abbia fatto. Sembrerebbe un sarcofago. Voi per caso sapete dove si trovi adesso?

Nell’ottobre 1921, Pietro Pacchera camminava per i suoi campi, ai piedi del colle di Riserva Cerquetta, nel territorio di Mentana. Era sovrappensiero e non prestava attenzione a dove metteva i piedi finché qualcosa non attirò la sua attenzione. Affiorava dal terreno e sembrava la trottola di suo figlio. Sbuffò seccamente; quel bambino era un vero monello e c’era davvero da chiedersi come fosse riuscito a far finire il suo giocattolo fin laggiù. Con un gesto veloce e stizzito fece per raccoglierla ma si rese subito conto che era molto più pesante di quello che si aspettava: come era possibile? Si chinò a osservare da vicino e fu allora che si rese conto che il giocattolo non era quello di suo figlio, anzi, guardando meglio, si accorse che quella trottola era attaccata a qualche cosa di pesante. Scavando con le mani vide emergere, a poco a poco, una statuetta che sembrava di bronzo: un bambino nudo e un po’ sproporzionato. Il viso stretto e allungato con dei lunghi ciuffi di capelli che gli si distribuivano dietro al collo, il corpo grassoccio, le gambe affusolate. Osservò le mani: non si era sbagliato, il bambino aveva una trottola in una mano e la piccola sferza per farla girare nell’altra. Il gioco era lo stesso di suo figlio ma il bambino raffigurato in quella statua ci aveva giocato almeno duemila anni prima. 

#museonazionaleromano 
inv. 78277
Archivio Fotografico MNR (inv. foto 5725)
#archiviofotograficoMNR
#StorieinArchivioMNR

Nell’ottobre 1921, Pietro Pacchera camminava per i suoi campi, ai piedi del colle di Riserva Cerquetta, nel territorio di Mentana. Era sovrappensiero e non prestava attenzione a dove metteva i piedi finché qualcosa non attirò la sua attenzione. Affiorava dal terreno e sembrava la trottola di suo figlio. Sbuffò seccamente; quel bambino era un vero monello e c’era davvero da chiedersi come fosse riuscito a far finire il suo giocattolo fin laggiù. Con un gesto veloce e stizzito fece per raccoglierla ma si rese subito conto che era molto più pesante di quello che si aspettava: come era possibile? Si chinò a osservare da vicino e fu allora che si rese conto che il giocattolo non era quello di suo figlio, anzi, guardando meglio, si accorse che quella trottola era attaccata a qualche cosa di pesante. Scavando con le mani vide emergere, a poco a poco, una statuetta che sembrava di bronzo: un bambino nudo e un po’ sproporzionato. Il viso stretto e allungato con dei lunghi ciuffi di capelli che gli si distribuivano dietro al collo, il corpo grassoccio, le gambe affusolate. Osservò le mani: non si era sbagliato, il bambino aveva una trottola in una mano e la piccola sferza per farla girare nell’altra. Il gioco era lo stesso di suo figlio ma il bambino raffigurato in quella statua ci aveva giocato almeno duemila anni prima.

#museonazionaleromano
inv. 78277
Archivio Fotografico MNR (inv. foto 5725)
#archiviofotograficoMNR
#StorieinArchivioMNR
... Leggi tuttoComprimi

Commenta su Facebook

Dove si trova questa statuetta oggi?

Verso la fine del 1925, nella Proprietà Caponecchia, al terzo miglio della via Labicana si scavava per estrarre della pozzolana; la zona ne era particolarmente ricca e già dalla fine dell’Ottocento in quella zona erano attive diverse cave. Proprio in una di quelle cave, erano stati scoperti alcuni pezzi di un sarcofago; Paribeni e uno dei restauratori del Museo Nazionale Romano, il sig. Belardino Vettraino, ne aspettavano con impazienza l’arrivo. A detta degli operai che lo avevano scoperto, si trattava di un bellissimo esemplare così, quando se lo trovarono di fronte, entrambi rimasero piuttosto delusi. I massicci festoni di foglie e frutta, legati insieme da nastri svolazzanti, erano tutto sommato d’effetto ma non si poteva dire altrettanto dei putti che li sorreggevano: “mediocre il corpo, infelice il braccio sollevato e ripiegato all’indietro, brutte e goffe le teste”. Per fortuna questi difetti venivano attenuati dalle graziose scenette di carattere agreste inserite negli spazi lasciati vuoti dai festoni: si trattava in realtà di immagini che poco avevano a che fare con il resto ma che, almeno erano ben riuscite. Un tonfo interruppe il flusso dei suoi pensieri: Vettraino era appena rientrato dopo aver preso i suoi attrezzi. Paribeni sorrise fiducioso; che restauratore valente quel Vettraino, non c’erano dubbi: il restauro sarebbe stato eseguito con la consueta perizia.

#museonazionaleromano #archiviofotograficoMNR #StorieinArchivioMNR
Inv. 106429 
Archivio Fotografico MNR (inv. foto 7896)

Verso la fine del 1925, nella Proprietà Caponecchia, al terzo miglio della via Labicana si scavava per estrarre della pozzolana; la zona ne era particolarmente ricca e già dalla fine dell’Ottocento in quella zona erano attive diverse cave. Proprio in una di quelle cave, erano stati scoperti alcuni pezzi di un sarcofago; Paribeni e uno dei restauratori del Museo Nazionale Romano, il sig. Belardino Vettraino, ne aspettavano con impazienza l’arrivo. A detta degli operai che lo avevano scoperto, si trattava di un bellissimo esemplare così, quando se lo trovarono di fronte, entrambi rimasero piuttosto delusi. I massicci festoni di foglie e frutta, legati insieme da nastri svolazzanti, erano tutto sommato d’effetto ma non si poteva dire altrettanto dei putti che li sorreggevano: “mediocre il corpo, infelice il braccio sollevato e ripiegato all’indietro, brutte e goffe le teste”. Per fortuna questi difetti venivano attenuati dalle graziose scenette di carattere agreste inserite negli spazi lasciati vuoti dai festoni: si trattava in realtà di immagini che poco avevano a che fare con il resto ma che, almeno erano ben riuscite. Un tonfo interruppe il flusso dei suoi pensieri: Vettraino era appena rientrato dopo aver preso i suoi attrezzi. Paribeni sorrise fiducioso; che restauratore valente quel Vettraino, non c’erano dubbi: il restauro sarebbe stato eseguito con la consueta perizia.

#museonazionaleromano #archiviofotograficoMNR #StorieinArchivioMNR
Inv. 106429
Archivio Fotografico MNR (inv. foto 7896)
... Leggi tuttoComprimi

Nel 1858 larea che oggi è chiamata Piazza Albania, alle pendici sud-occidentali dellAventino, era occupata dalla Vigna Maccarani, di proprietà dei Padri Gesuiti. proprio nel punto in cui le mura serviane raggiungono laltipiano del colle, vi era unampia aia dove battere il grano, lastricata da frammenti di marmo e tegole romane con marchi di fabbrica risalenti alletà di Traiano. A breve distanza dallaia, proprio sulla salita che fiancheggiava le mura serviane si decise di piantare una serie di ulivi e fu proprio mentre si scavava la fossa del primo albero che i Padri Gesuiti incontrarono qualcosa di inaspettato. Sul fondo della buca, infatti, si accorsero della presenza di un pavimento formato da lastre di marmo verde antico, logore e consunte. La sorpresa però fu ancora più grande quando, sollevate quelle lastre, si trovarono faccia a faccia con un grande ippopotamo che sembrava osservarli divertito e sorpreso di essere riscoperto proprio in un luogo così tranquillo dove la pace del tempo sembrava non dover avere mai fine.

#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR

Nel 1858 l'area che oggi è chiamata Piazza Albania, alle pendici sud-occidentali dell'Aventino, era occupata dalla Vigna Maccarani, di proprietà dei Padri Gesuiti. proprio nel punto in cui le mura serviane raggiungono l'altipiano del colle, vi era un'ampia aia dove battere il grano, lastricata da frammenti di marmo e tegole romane con marchi di fabbrica risalenti all'età di Traiano. A breve distanza dall'aia, proprio sulla salita che fiancheggiava le mura serviane si decise di piantare una serie di ulivi e fu proprio mentre si scavava la fossa del primo albero che i Padri Gesuiti incontrarono qualcosa di inaspettato. Sul fondo della buca, infatti, si accorsero della presenza di un pavimento formato da lastre di marmo verde antico, logore e consunte. La sorpresa però fu ancora più grande quando, sollevate quelle lastre, si trovarono faccia a faccia con un grande ippopotamo che sembrava osservarli divertito e sorpreso di essere riscoperto proprio in un luogo così tranquillo dove la pace del tempo sembrava non dover avere mai fine.

#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficomnr
... Leggi tuttoComprimi

Commenta su Facebook

Che storia......e che meraviglia.....

Are there any books on the history of the archaeology of rome sites from bc to today. Lots of roman history books. Dont need one more. Hardly any on the history of the archaeology and archaeologists.

Roberto Paribeni era uscito dal Museo; aveva voglia di passeggiare ma anche di fare un salto in una botteguccia di rigattiere che aveva notato qualche giorno prima in via Tasso. Non aveva avuto il tempo di fermarsi ma sapeva che valeva sempre la pena dare un’occhiata; capitava spesso che, in mezzo a un mare di ciarpame, uscisse fuori qualcosa di interessante. Era anche una buona scusa per passare per Piazza Vittorio; gli piaceva quella piazza smisurata che si estendeva quasi a perdita d’occhio. Il rigattiere era un tipo affabile, aveva capito subito “i suoi gusti” e aveva individuato qualcosa che di certo gli sarebbe piaciuto; gironzolò, sollevò, frugò e alla fine gli presentò una  piccola testa frammentaria. Paribeni cercò di non mostrarsi particolarmente interessato ma la testina era chiaramente romana e di buona fattura; la copertura del capo lo fece pensare a una vestale. Il pezzo era interessante e meritava di essere acquistato così Paribeni si apprestò a trattare sul prezzo ma, di fronte alla miserevole richiesta di 10 lire, si sentì a disagio; d’altro canto non poteva mostrarsi troppo generoso, in vista di altri possibili acquisti futuri. Si accordarono su 9 lire e, nel vedere il viso soddisfatto del rigattiere, il piccolo rimorso svanì; rientrando baldanzoso, con la testa impacchettata alla bell’e meglio in un foglio di giornale, nel Chiostro di Michelangelo Paribeni incontrò Dardano Bernardini, un restauratore espertissimo, e gli mostrò subito la testa, proponendogli l’idea della vestale. Bernardini aggrottò le sopracciglia e Paribeni rimase in silenzio: lo conosceva troppo bene per non sapere che, evidentemente, aveva avuto un’idea diversa dalla sua. Certo, iniziò a dire lentamente, poteva trattarsi di una vestale ma… non gli sembrava che quella testina ricordasse una delle province raffigurate nei rilievi della Basilica Neptuni? Non si trattava soltanto dello stile e della tecnica, ma anche delle proporzioni, praticamente identiche, e soprattutto del tipo di marmo, così ricco di quelle lamelle di mica… Paribeni ascoltava sorridendo; come sempre l’occhio sicuro del valentissimo Dardano aveva visto giusto.
#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR

Roberto Paribeni era uscito dal Museo; aveva voglia di passeggiare ma anche di fare un salto in una botteguccia di rigattiere che aveva notato qualche giorno prima in via Tasso. Non aveva avuto il tempo di fermarsi ma sapeva che valeva sempre la pena dare un’occhiata; capitava spesso che, in mezzo a un mare di ciarpame, uscisse fuori qualcosa di interessante. Era anche una buona scusa per passare per Piazza Vittorio; gli piaceva quella piazza smisurata che si estendeva quasi a perdita d’occhio. Il rigattiere era un tipo affabile, aveva capito subito “i suoi gusti” e aveva individuato qualcosa che di certo gli sarebbe piaciuto; gironzolò, sollevò, frugò e alla fine gli presentò una piccola testa frammentaria. Paribeni cercò di non mostrarsi particolarmente interessato ma la testina era chiaramente romana e di buona fattura; la copertura del capo lo fece pensare a una vestale. Il pezzo era interessante e meritava di essere acquistato così Paribeni si apprestò a trattare sul prezzo ma, di fronte alla miserevole richiesta di 10 lire, si sentì a disagio; d’altro canto non poteva mostrarsi troppo generoso, in vista di altri possibili acquisti futuri. Si accordarono su 9 lire e, nel vedere il viso soddisfatto del rigattiere, il piccolo rimorso svanì; rientrando baldanzoso, con la testa impacchettata alla bell’e meglio in un foglio di giornale, nel Chiostro di Michelangelo Paribeni incontrò Dardano Bernardini, un restauratore espertissimo, e gli mostrò subito la testa, proponendogli l’idea della vestale. Bernardini aggrottò le sopracciglia e Paribeni rimase in silenzio: lo conosceva troppo bene per non sapere che, evidentemente, aveva avuto un’idea diversa dalla sua. Certo, iniziò a dire lentamente, poteva trattarsi di una vestale ma… non gli sembrava che quella testina ricordasse una delle province raffigurate nei rilievi della Basilica Neptuni? Non si trattava soltanto dello stile e della tecnica, ma anche delle proporzioni, praticamente identiche, e soprattutto del tipo di marmo, così ricco di quelle lamelle di mica… Paribeni ascoltava sorridendo; come sempre l’occhio sicuro del valentissimo Dardano aveva visto giusto.
#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR
... Leggi tuttoComprimi

Sabato scorso vi abbiamo raccontato una storia ispirata all’iscrizione di Iulius Achilleus. Il ritrovamento del sarcofago (di cui vi abbiamo parlato già parecchio temo fa: https://www.facebook.com/MNRomano/photos/a.363039444520280/923274331830119/) risale al 1938, esattamente ai primi mesi dei lavori di costruzione della “Via Imperiale” (oggi Cristoforo Colombo). Proprio in quello che sarà il primo tratto di questa arteria urbana, all’epoca occupata dalla vigna De Marchis e oggi corrispondente a via Baccelli, prima dei cosiddetti “archi della Colombo”, ossia le aperture ricavate nelle Mura Aureliane, nel 1938 emerse questo maestoso sarcofago. Grande fu lo stupore degli archeologi nel constatare l’eccezionale stato di conservazione dell’opera, ma, dopo aver letto il testo dell’iscrizione, ancora più grande fu l’emozione che provarono nel rimuovere il coperchio: le ossa davanti ai loro occhi avevano un’identità. Appartenevano a Iulius Achilleus, un cavaliere di alto rango che aveva svolto una brillante carriera ed era morto a 47 anni e 10 mesi; un marito dolcissimo a cui, con quel sarcofago, la moglie Aurelia Maximina aveva sperato di garantire l’eternità. 
#museonazionaleromano  #archiviofotograficoMNR #StorieinArchivioMNR 
Archivio Fotografico MNR (inv. foto 2671) 
#archiviofotograficoMNR #StorieinArchivioMNR

Sabato scorso vi abbiamo raccontato una storia ispirata all’iscrizione di Iulius Achilleus. Il ritrovamento del sarcofago (di cui vi abbiamo parlato già parecchio temo fa: www.facebook.com/MNRomano/photos/a.363039444520280/923274331830119/) risale al 1938, esattamente ai primi mesi dei lavori di costruzione della “Via Imperiale” (oggi Cristoforo Colombo). Proprio in quello che sarà il primo tratto di questa arteria urbana, all’epoca occupata dalla vigna De Marchis e oggi corrispondente a via Baccelli, prima dei cosiddetti “archi della Colombo”, ossia le aperture ricavate nelle Mura Aureliane, nel 1938 emerse questo maestoso sarcofago. Grande fu lo stupore degli archeologi nel constatare l’eccezionale stato di conservazione dell’opera, ma, dopo aver letto il testo dell’iscrizione, ancora più grande fu l’emozione che provarono nel rimuovere il coperchio: le ossa davanti ai loro occhi avevano un’identità. Appartenevano a Iulius Achilleus, un cavaliere di alto rango che aveva svolto una brillante carriera ed era morto a 47 anni e 10 mesi; un marito dolcissimo a cui, con quel sarcofago, la moglie Aurelia Maximina aveva sperato di garantire l’eternità.
#museonazionaleromano #archiviofotograficoMNR #StorieinArchivioMNR
Archivio Fotografico MNR (inv. foto 2671)
#archiviofotograficoMNR #StorieinArchivioMNR
... Leggi tuttoComprimi

Quella mattina, arrivando al Museo, il restauratore trovò un custode ad aspettarlo; lo guardò sorpreso mentre quello, con fare cerimonioso, gli passava un biglietto lasciatogli dal Direttore, Roberto Paribeni. A quanto sembrava, mentre venivano depositati al Museo dei materiali giunti da scavi dal centro di Roma, era uscita fuori una testa molto interessante; Paribeni ne ignorava la provenienza, evidentemente l’archeologo che l’aveva depositata al Museo qualche tempo prima, aveva dimenticato di lasciare indicazioni. Si sarebbe occupato personalmente di indagare ma la testa necessitava di qualche intervento di restauro, poteva pensarci lui? L’avrebbe trovata già pronta sul suo tavolo. L’uomo sospirò; il Direttore si entusiasmava facilmente e, a volte, c’era proprio da chiedersene il motivo visto che alcune sculture non erano davvero niente di che. Mentre percorreva il tratto di strada verso il laboratorio, cercava di immaginare cosa doveva aspettarsi; era convinto che si trattasse di un uomo dalla folta barba ricciuta, con mille incrostazioni saldamente ancorate ai ricci, faticosissime da pulire. Fu quindi con grande sorpresa che, entrando nella sua stanzetta appena riscaldata dal chiarore del mattino, trovò un sorriso malizioso ad accoglierlo: un bambino! Un piccolo devoto di Iside, stando al ciuffo di capelli non tagliati sulla nuca. L’uomo ricambiò il saluto e, con un sorriso, cominciò il suo lavoro.

#museonazionaleromano Archivio Fotografico MNR (inv. foto 382)
#StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #CollezioneEgiziaMNR

Quella mattina, arrivando al Museo, il restauratore trovò un custode ad aspettarlo; lo guardò sorpreso mentre quello, con fare cerimonioso, gli passava un biglietto lasciatogli dal Direttore, Roberto Paribeni. A quanto sembrava, mentre venivano depositati al Museo dei materiali giunti da scavi dal centro di Roma, era uscita fuori una testa molto interessante; Paribeni ne ignorava la provenienza, evidentemente l’archeologo che l’aveva depositata al Museo qualche tempo prima, aveva dimenticato di lasciare indicazioni. Si sarebbe occupato personalmente di indagare ma la testa necessitava di qualche intervento di restauro, poteva pensarci lui? L’avrebbe trovata già pronta sul suo tavolo. L’uomo sospirò; il Direttore si entusiasmava facilmente e, a volte, c’era proprio da chiedersene il motivo visto che alcune sculture non erano davvero niente di che. Mentre percorreva il tratto di strada verso il laboratorio, cercava di immaginare cosa doveva aspettarsi; era convinto che si trattasse di un uomo dalla folta barba ricciuta, con mille incrostazioni saldamente ancorate ai ricci, faticosissime da pulire. Fu quindi con grande sorpresa che, entrando nella sua stanzetta appena riscaldata dal chiarore del mattino, trovò un sorriso malizioso ad accoglierlo: un bambino! Un piccolo devoto di Iside, stando al ciuffo di capelli non tagliati sulla nuca. L’uomo ricambiò il saluto e, con un sorriso, cominciò il suo lavoro.

#museonazionaleromano Archivio Fotografico MNR (inv. foto 382)
#StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #CollezioneEgiziaMNR
... Leggi tuttoComprimi

L’8 luglio del 1944 un fotografo realizzò una serie di scatti per documentare lo stato del Museo Nazionale Romano, allora interamente ospitato nelle Terme di Diocleziano, e della messa in sicurezza delle sue opere. I suoi passi risuonavano nelle sale silenziose, chiuse al pubblico da più di quattro anni, e irriconoscibili: la maggior parte delle opere era stata infatti chiusa in cassa e spostata in luoghi sicuri; le poche rimaste sul posto erano invece ricoperte da impalcature di legno riempite di sacchi di sabbia o posizionate in modo da attutire lo scoppio di eventuali bombardamenti. 
Nonostante Roma fosse già stata liberata un mese prima di questi scatti, i lavori per la riapertura del Museo iniziarono molto tempo dopo, all’indomani della Liberazione d’Italia, il 25 aprile del 1945.
#museonazionaleromano#StorieinArchivioMNR #termedidiocleziano #25aprile #secondaguerramondiale #archiviofotograficoMNR

L’8 luglio del 1944 un fotografo realizzò una serie di scatti per documentare lo stato del Museo Nazionale Romano, allora interamente ospitato nelle Terme di Diocleziano, e della messa in sicurezza delle sue opere. I suoi passi risuonavano nelle sale silenziose, chiuse al pubblico da più di quattro anni, e irriconoscibili: la maggior parte delle opere era stata infatti chiusa in cassa e spostata in luoghi sicuri; le poche rimaste sul posto erano invece ricoperte da impalcature di legno riempite di sacchi di sabbia o posizionate in modo da attutire lo scoppio di eventuali bombardamenti.
Nonostante Roma fosse già stata liberata un mese prima di questi scatti, i lavori per la riapertura del Museo iniziarono molto tempo dopo, all’indomani della Liberazione d’Italia, il 25 aprile del 1945.
#museonazionaleromano#StorieinArchivioMNR #termedidiocleziano #25aprile #secondaguerramondiale #archiviofotograficoMNR
... Leggi tuttoComprimi