Stories from the photographic archive

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Giuseppe Moretti guardò il calendario; il 29 luglio del 1918. Era ormai da un paio di anni che si alternava alla direzione del Museo Nazionale Romano e degli Scavi di Ostia sostituendo Roberto Paribeni e Guido Calza, entrambi alle armi. Nel suo caso, era stata la pleurite a riportarlo a casa e, da allora, Moretti si era dedicato anima e corpo agli scavi dell’area tra gli horrea e il decumano di Ostia. Tra il 1916 e il 1917 aveva persino ricevuto un considerevole aiuto dal Comando del Corpo di armata territoriale di Roma che gli aveva inviato dei prigionieri per partecipare ai lavori ma, con la revoca dell’autorizzazione, le cose erano andate parecchio a rilento. Ora che le attività erano riprese, Moretti era impaziente di proseguire per capire meglio quel complesso succedersi di trasformazioni dei diversi edifici, suggeriti dai ritrovamenti. Un edificio, in particolare, si era rivelato particolarmente interessante: Moretti vi riconobbe una piccola chiesa cristiana. Fu proprio lì che, il 29 luglio, al centro del vano principale, Moretti notò la presenza di alcuni frammenti in marmo pario. Erano concentrati in un solo punto, in modo disordinato, quasi che qualcuno li avesse gettati dall’alto. Nei giorni seguenti, a poco, a poco, i singoli pezzi rivelarono la grandiosità della scultura a cui appartenevano: un gruppo colossale, raffigurante un imperatore e un’imperatrice, nelle vesti di Marte e Venere. Quando finalmente fu estratto il plinto, da un terrapieno poco distante, e tutti i pezzi furono ricoverati in una stanza, appoggiati a terra su un lieve strato di paglia, Moretti rimase a guardarli per un po’, lasciandosi avvolgere dal senso di sorpresa che quella scoperta aveva portato con sé.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 6592)
#StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #TermediDiocleziano #ChiostroPiccolo #StatuaColossaleMarteeVenere #Ostiaantica

Giuseppe Moretti guardò il calendario; il 29 luglio del 1918. Era ormai da un paio di anni che si alternava alla direzione del Museo Nazionale Romano e degli Scavi di Ostia sostituendo Roberto Paribeni e Guido Calza, entrambi alle armi. Nel suo caso, era stata la pleurite a riportarlo a casa e, da allora, Moretti si era dedicato anima e corpo agli scavi dell’area tra gli horrea e il decumano di Ostia. Tra il 1916 e il 1917 aveva persino ricevuto un considerevole aiuto dal Comando del Corpo di armata territoriale di Roma che gli aveva inviato dei prigionieri per partecipare ai lavori ma, con la revoca dell’autorizzazione, le cose erano andate parecchio a rilento. Ora che le attività erano riprese, Moretti era impaziente di proseguire per capire meglio quel complesso succedersi di trasformazioni dei diversi edifici, suggeriti dai ritrovamenti. Un edificio, in particolare, si era rivelato particolarmente interessante: Moretti vi riconobbe una piccola chiesa cristiana. Fu proprio lì che, il 29 luglio, al centro del vano principale, Moretti notò la presenza di alcuni frammenti in marmo pario. Erano concentrati in un solo punto, in modo disordinato, quasi che qualcuno li avesse gettati dall’alto. Nei giorni seguenti, a poco, a poco, i singoli pezzi rivelarono la grandiosità della scultura a cui appartenevano: un gruppo colossale, raffigurante un imperatore e un’imperatrice, nelle vesti di Marte e Venere. Quando finalmente fu estratto il plinto, da un terrapieno poco distante, e tutti i pezzi furono ricoverati in una stanza, appoggiati a terra su un lieve strato di paglia, Moretti rimase a guardarli per un po’, lasciandosi avvolgere dal senso di sorpresa che quella scoperta aveva portato con sé.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 6592)
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1 settimana fa

Museo Nazionale Romano
Nei primi mesi del 1923, nel cortile retrostante a Palazzo Bernabei, in via Celimonana 23, erano in corso degli scavi. Si realizzavano dei cavi di fondazione e si lavorava alla profondità di circa 9 metri dal piano stradale; i lavori procedevano con una certa disinvoltura perché, a quella profondità, sembrava ormai difficile poter trovare ancora qualche reperto. Naturalmente, però dalle profondità romane c’era sempre qualcosa pronto a venir fuori; se ne accorse prontamente l’archeologo Bendinelli che si rese subito conto della presenza di una statua. Mano a mano che la scultura veniva estratta, Bendinelli riconobbe la dea Athena, grazie alla presenza dell’egida, la speciale protezione che la dea portava sul petto con la raffigurazione della testa di Medusa al centro. Questa egida era particolare, però, notò subito l’archeologo, sia per la presenza di due lunghi lacci che si collegavano al collo, sia perché realizzata in modo da simulare la presenza delle squame. Fu osservando le squame, però, che Bendinelli si rese conto che non era solo l’egida a essere eccezionale in quella statua; il materiale di cui era fatta, che a prima vista gli era sembrato marmo, si rivelò invece un raro alabastro orientale a grana grossa, poco trasparente ma particolarmente prezioso. L’emozione più grande, però fu riconoscere la decorazione di alcune parti della veste della dea: in una sorta di piccolo festone, erano state dipinte a mano delle rosette a varie punte. Chissà, fantasticò Bendinelli, se lo scultore una volta terminata la sua opera, aveva lasciato il posto a un pittore o se era stato lui stesso ad apporre quegli ultimi raffinatissimi particolari. Di certo era che quei segni, tracciati a mano e resistenti alle intemperie dei molti secoli trascorsi, lo emozionarono profondamente lasciandolo a bocca aperta per lo stupore.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 35140)
#StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #palazzoMassimo #Athena

Nei primi mesi del 1923, nel cortile retrostante a Palazzo Bernabei, in via Celimonana 23, erano in corso degli scavi. Si realizzavano dei cavi di fondazione e si lavorava alla profondità di circa 9 metri dal piano stradale; i lavori procedevano con una certa disinvoltura perché, a quella profondità, sembrava ormai difficile poter trovare ancora qualche reperto. Naturalmente, però dalle profondità romane c’era sempre qualcosa pronto a venir fuori; se ne accorse prontamente l’archeologo Bendinelli che si rese subito conto della presenza di una statua. Mano a mano che la scultura veniva estratta, Bendinelli riconobbe la dea Athena, grazie alla presenza dell’egida, la speciale protezione che la dea portava sul petto con la raffigurazione della testa di Medusa al centro. Questa egida era particolare, però, notò subito l’archeologo, sia per la presenza di due lunghi lacci che si collegavano al collo, sia perché realizzata in modo da simulare la presenza delle squame. Fu osservando le squame, però, che Bendinelli si rese conto che non era solo l’egida a essere eccezionale in quella statua; il materiale di cui era fatta, che a prima vista gli era sembrato marmo, si rivelò invece un raro alabastro orientale a grana grossa, poco trasparente ma particolarmente prezioso. L’emozione più grande, però fu riconoscere la decorazione di alcune parti della veste della dea: in una sorta di piccolo festone, erano state dipinte a mano delle rosette a varie punte. Chissà, fantasticò Bendinelli, se lo scultore una volta terminata la sua opera, aveva lasciato il posto a un pittore o se era stato lui stesso ad apporre quegli ultimi raffinatissimi particolari. Di certo era che quei segni, tracciati a mano e resistenti alle intemperie dei molti secoli trascorsi, lo emozionarono profondamente lasciandolo a bocca aperta per lo stupore.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 35140)
#StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #palazzoMassimo #Athena
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Penso che la scoperta sia da attribuire all'archeologo Goffredo Bendinelli, di cui esiste una voce sul Dizionario biografico degli Italiani, pubblicato dall' Enciclopedia Treccani. www.treccani.it/enciclopedia/goffredo-bendinelli_(Dizionario-Biografico)/

Grazie mille della spiegazione e dei preziosi dettagli sul ritrovamento! 😊😊

Museo Nazionale Romano Ci stupiscono ed emozionano ancora oggi. 🤩

Que maravilla !!! Gracias !

2 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Nell’ottobre del 1892 i lavori per la costruzione del monumento a Vittorio Emanuele erano giunti alle fondazioni del pilone del lato occidentale. Il cantiere aveva ormai raggiunto la via Giulio Romano demolendola e cancellando così un ulteriore isolato di una parte di Roma che oggi è difficile immaginare. Si scavava a 4 metri di profondità sotto il piano stradale; dagli scavi emergevano continuamente materiali di ogni tipo: colonne, statue, pitture, iscrizioni e persino piccoli edifici. Se molto spesso i materiali erano in condizioni estremamente frammentarie o consunte, a volte però gli archeologi si trovavano di fronte a piccoli miracoli di conservazione come nel caso del ritratto di Socrate: a parte una piccola frattura all’altezza della barba, la mancanza di parte del naso e alcune scalfitture in corrispondenza delle sopracciglia, la scultura sembrava quasi essere appena uscita dalla bottega che l’aveva prodotta.  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #palazzoMassimo #Vittoriano #Socrate

Nell’ottobre del 1892 i lavori per la costruzione del monumento a Vittorio Emanuele erano giunti alle fondazioni del pilone del lato occidentale. Il cantiere aveva ormai raggiunto la via Giulio Romano demolendola e cancellando così un ulteriore isolato di una parte di Roma che oggi è difficile immaginare. Si scavava a 4 metri di profondità sotto il piano stradale; dagli scavi emergevano continuamente materiali di ogni tipo: colonne, statue, pitture, iscrizioni e persino piccoli edifici. Se molto spesso i materiali erano in condizioni estremamente frammentarie o consunte, a volte però gli archeologi si trovavano di fronte a piccoli miracoli di conservazione come nel caso del ritratto di Socrate: a parte una piccola frattura all’altezza della barba, la mancanza di parte del naso e alcune scalfitture in corrispondenza delle sopracciglia, la scultura sembrava quasi essere appena uscita dalla bottega che l’aveva prodotta.

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3 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Lucio Mariani camminava di buon passo; era una bella giornata di maggio del 1905 e lo studioso era di buon umore. Era appena uscito dal Museo delle Terme dove aveva passato la mattina a controllare le misure di alcune statue. Ragionava tra sé e sé quando, d’un tratto, senza un reale motivo, alzò la testa; era arrivato fino a via Carlo Alberto senza neanche rendersene conto. La porta dello stabile davanti al quale si era fermato era stata lasciata aperta e Mariani, curioso per natura, non resistette alla tentazione di sbirciare all’interno. Quello che vide, però, era davvero inaspettato! Due statue di marmo! Dimenticandosi di essere entrato senza permesso, Mariani iniziò subito a esaminarle. Identificò subito nella prima il tipo di Pan giovinetto di Leida della scuola di Policleto. Conosceva bene le numerose repliche di questo tipo statuario e il cuore gli batteva velocemente al pensiero di averne trovata un’altra, per giunta in modo così casuale. Guardò l’altra statua: anche in questo caso non si trattava di un pezzo qualunque. Davanti a lui si ergeva la replica dell’atleta di Dresda, anche questa attribuita a Policleto o alla sua scuola. Era evidente che quelle statue erano state eseguite nella stessa officina e di certo da una mano greca, forse uno di quegli scultori giunti a Roma nei primi secoli dell’impero. La scoperta era assolutamente straordinaria; Mariani interrogò avidamente il portiere che, con una certa diffidenza, gli disse che quelle statue erano state portate lì già da un po’. Avevano già tentato di rubarle in realtà e lui sperava che la Banca d’Italia, proprietaria dello stabile, gliele levasse di torno. Le avevano trovate un paio di anni prima a via Tasso durante dei lavori. Ottenuta la fiducia del portiere, che si rese conto che quell’uomo vagamente esaltato avrebbe forse potuto liberarlo da quella seccatura, Mariani misurò e studiò e il 22 luglio presentò la scoperta all’Accademia di San Luca. Fu proprio grazie a lui che la Banca d’Italia decise di donare le sculture al Museo Nazionale Romano dove giunsero il 13 settembre dello stesso anno con grande felicità di Mariani e del portiere.  ©Archivio Fotografico MNR
#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR  #palazzoMassimo #PandiLeida

Lucio Mariani camminava di buon passo; era una bella giornata di maggio del 1905 e lo studioso era di buon umore. Era appena uscito dal Museo delle Terme dove aveva passato la mattina a controllare le misure di alcune statue. Ragionava tra sé e sé quando, d’un tratto, senza un reale motivo, alzò la testa; era arrivato fino a via Carlo Alberto senza neanche rendersene conto. La porta dello stabile davanti al quale si era fermato era stata lasciata aperta e Mariani, curioso per natura, non resistette alla tentazione di sbirciare all’interno. Quello che vide, però, era davvero inaspettato! Due statue di marmo! Dimenticandosi di essere entrato senza permesso, Mariani iniziò subito a esaminarle. Identificò subito nella prima il tipo di Pan giovinetto di Leida della scuola di Policleto. Conosceva bene le numerose repliche di questo tipo statuario e il cuore gli batteva velocemente al pensiero di averne trovata un’altra, per giunta in modo così casuale. Guardò l’altra statua: anche in questo caso non si trattava di un pezzo qualunque. Davanti a lui si ergeva la replica dell’atleta di Dresda, anche questa attribuita a Policleto o alla sua scuola. Era evidente che quelle statue erano state eseguite nella stessa officina e di certo da una mano greca, forse uno di quegli scultori giunti a Roma nei primi secoli dell’impero. La scoperta era assolutamente straordinaria; Mariani interrogò avidamente il portiere che, con una certa diffidenza, gli disse che quelle statue erano state portate lì già da un po’. Avevano già tentato di rubarle in realtà e lui sperava che la Banca d’Italia, proprietaria dello stabile, gliele levasse di torno. Le avevano trovate un paio di anni prima a via Tasso durante dei lavori. Ottenuta la fiducia del portiere, che si rese conto che quell’uomo vagamente esaltato avrebbe forse potuto liberarlo da quella seccatura, Mariani misurò e studiò e il 22 luglio presentò la scoperta all’Accademia di San Luca. Fu proprio grazie a lui che la Banca d’Italia decise di donare le sculture al Museo Nazionale Romano dove giunsero il 13 settembre dello stesso anno con grande felicità di Mariani e del portiere.

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Grande scoperta. L'arte deve essere per tutti, non per pochi privilegiati.

Lucio Mariani è stato un grande archeologo

Luca Mariani bella storia vero?

Paola Morano, grazie!

Via Carlo Alberto... Via Tasso...

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4 settimane fa

Museo Nazionale Romano
Nel 1883 si iniziò la costruzione della “strada obbligatoria” Subiaco-Jenne-Filettino; fu sul primo ingresso delle gole dell’Aniene che emersero resti consistenti di murature. Sul posto si recò immediatamente Rodolfo Lanciani che identificò subito le strutture con quelle della villa neroniana citata dallo storico Tacito. La villa era stata sostanzialmente scavata nella roccia, sfruttando le sporgenze e gli incavi delle rupi, e il corso dell’Aniene era stato deviato e sbarrato in più punti per creare tre grandi laghi artificiali, lunghi centinaia di metri, i “Simbruina stagna”; non c’era da stupirsi che, come riportava Tacito, la villa avesse il significativo nome di “Sublaqueum”. L’eccezionalità del rinvenimento convinse il Ministero a far proseguire le ricerche a proprio spese e l’anno successivo, sotto la direzione del rev. Allodi, “sopraintendente dei monumenti nazionali di Subiaco”, si esplorò la sponda orientale del lago più alto. Se gli scavi precedenti avevano dato l’idea di come la villa si integrasse negli spazi naturali, il corpo di fabbrica che venne alla luce da questa parte rivelò la raffinatezza delle decorazioni: pareti rivestite di marmi e di affreschi, pavimenti decorati con mosaici e intarsi di alabastro, palombino, pavonazzetto, porfido rosso e verde. Proprio su uno di questi pavimenti fu trovata una statua di un preziosissimo marmo microasiatico. Raffigurava un giovane nudo, cui il tempo aveva strappato via la testa, le braccia e la gamba sinistra; la corsa vertiginosa che proiettava il corpo in avanti, era stata interrotta da una caduta violenta e il corpo appariva sbilanciato sul ginocchio sinistro, mutilo. Allodi era rapito da tanta bellezza ma i suoi occhi erano concentrati solo su quel ginocchio; da oltre settant’anni, nel chiostro di Santa Scolastica era murata una bizzarra tibia sinistra in marmo. Nessuno aveva mai saputo come fosse finita lì e nemmeno quando; ora però non c’era dubbio che appartenesse proprio a quella magnifica statua.  ©Archivio Fotografico MNR
#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #palazzoMassimo #EfebodiSubiaco

Nel 1883 si iniziò la costruzione della “strada obbligatoria” Subiaco-Jenne-Filettino; fu sul primo ingresso delle gole dell’Aniene che emersero resti consistenti di murature. Sul posto si recò immediatamente Rodolfo Lanciani che identificò subito le strutture con quelle della villa neroniana citata dallo storico Tacito. La villa era stata sostanzialmente scavata nella roccia, sfruttando le sporgenze e gli incavi delle rupi, e il corso dell’Aniene era stato deviato e sbarrato in più punti per creare tre grandi laghi artificiali, lunghi centinaia di metri, i “Simbruina stagna”; non c’era da stupirsi che, come riportava Tacito, la villa avesse il significativo nome di “Sublaqueum”. L’eccezionalità del rinvenimento convinse il Ministero a far proseguire le ricerche a proprio spese e l’anno successivo, sotto la direzione del rev. Allodi, “sopraintendente dei monumenti nazionali di Subiaco”, si esplorò la sponda orientale del lago più alto. Se gli scavi precedenti avevano dato l’idea di come la villa si integrasse negli spazi naturali, il corpo di fabbrica che venne alla luce da questa parte rivelò la raffinatezza delle decorazioni: pareti rivestite di marmi e di affreschi, pavimenti decorati con mosaici e intarsi di alabastro, palombino, pavonazzetto, porfido rosso e verde. Proprio su uno di questi pavimenti fu trovata una statua di un preziosissimo marmo microasiatico. Raffigurava un giovane nudo, cui il tempo aveva strappato via la testa, le braccia e la gamba sinistra; la corsa vertiginosa che proiettava il corpo in avanti, era stata interrotta da una caduta violenta e il corpo appariva sbilanciato sul ginocchio sinistro, mutilo. Allodi era rapito da tanta bellezza ma i suoi occhi erano concentrati solo su quel ginocchio; da oltre settant’anni, nel chiostro di Santa Scolastica era murata una bizzarra tibia sinistra in marmo. Nessuno aveva mai saputo come fosse finita lì e nemmeno quando; ora però non c’era dubbio che appartenesse proprio a quella magnifica statua.

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Rodolfo Lanciani camminava a passo svelto; solo tre giorni prima il cav. Maraini gli aveva fatto sapere che, scavando all’angolo tra via Collina e piazza Sallustiana, nell’area di proprietà della Banca Commerciale Italiana, era stato trovato un profondo cunicolo sotterraneo. Lanciani si era raccomandato che, nelle operazioni di spurgo, si usasse la massima cautela. Vent’anni prima, Lanciani se lo ricordava bene, da gallerie sotterranee molto simili, erano emerse non poche opere d’arte. Ed ecco che, infatti, solo tre giorni dopo, il cav. Maraini gli aveva fatto sapere che era il caso che si affrettasse e venisse a vedere, perché aveva ragione, anche stavolta c’era qualcosa. Una statua, che a quanto pareva, era stata seppellita con estrema cura, probabilmente per nasconderla da un pericolo imminente. Lo spazio angusto l’aveva protetta quasi alla perfezione: le sue condizioni erano praticamente perfette, non fosse stato per qualche scheggiatura, la mancanza di qualche piccolo dettaglio (il lobo dell’orecchio destro, le estremità delle dita di una mano e il pollice dell’altra) e un braccio spezzato di netto; niente che Dardano Bernardini, il restauratore del Museo delle Terme, non potesse sistemare alla perfezione con la sua consueta perizia. Il Prof. G. E. Rizzo, il Direttore del Museo, lo aveva già chiamato. Lanciani raggiunse frettolosamente il piccolo gruppo riunito intorno alla scultura: uno sguardo di supplica nel tentativo estremo di strapparsi una freccia mortale dalla schiena. La Niobide ferita li guardava mentre il drappo che la copriva le scivolava via dal corpo insieme alla vita, lo stupore di sentirsi trafitta e, allo stesso tempo, osservata di nuovo dopo secoli trascorsi 11 metri sotto terra.
©Archivio Fotografico MNR  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #Tevere #IsolaTiberina #OspedaleFatebenefratelli #palazzoMassimo #GiuliadiTito

Rodolfo Lanciani camminava a passo svelto; solo tre giorni prima il cav. Maraini gli aveva fatto sapere che, scavando all’angolo tra via Collina e piazza Sallustiana, nell’area di proprietà della Banca Commerciale Italiana, era stato trovato un profondo cunicolo sotterraneo. Lanciani si era raccomandato che, nelle operazioni di spurgo, si usasse la massima cautela. Vent’anni prima, Lanciani se lo ricordava bene, da gallerie sotterranee molto simili, erano emerse non poche opere d’arte. Ed ecco che, infatti, solo tre giorni dopo, il cav. Maraini gli aveva fatto sapere che era il caso che si affrettasse e venisse a vedere, perché aveva ragione, anche stavolta c’era qualcosa. Una statua, che a quanto pareva, era stata seppellita con estrema cura, probabilmente per nasconderla da un pericolo imminente. Lo spazio angusto l’aveva protetta quasi alla perfezione: le sue condizioni erano praticamente perfette, non fosse stato per qualche scheggiatura, la mancanza di qualche piccolo dettaglio (il lobo dell’orecchio destro, le estremità delle dita di una mano e il pollice dell’altra) e un braccio spezzato di netto; niente che Dardano Bernardini, il restauratore del Museo delle Terme, non potesse sistemare alla perfezione con la sua consueta perizia. Il Prof. G. E. Rizzo, il Direttore del Museo, lo aveva già chiamato. Lanciani raggiunse frettolosamente il piccolo gruppo riunito intorno alla scultura: uno sguardo di supplica nel tentativo estremo di strapparsi una freccia mortale dalla schiena. La Niobide ferita li guardava mentre il drappo che la copriva le scivolava via dal corpo insieme alla vita, lo stupore di sentirsi trafitta e, allo stesso tempo, osservata di nuovo dopo secoli trascorsi 11 metri sotto terra.
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Donato Colli

Che belle queste storie, continuate!

Un racconto meraviglioso #StorieInArchivioMNR

Nel 1877 fu decretata la costruzione di una campo trincerato che difendesse la Capitale da possibili nemici del Regno; la costruzione del sistema difensivo si protrasse fino al 1891 e dotò il perimetro esterno di Roma di una lunga cinta fortificata costituita da quindici forti e tre batterie. I forti, posti a distanza regolare di circa tre km uno dall’altro, vennero collocati in corrispondenza delle vie consolari da cui presero anche la propria denominazione. La costruzione dei forti fu naturalmente l’occasione di rinvenire ville suburbane anche di grande prestigio come quella scoperta durante i lavori per il Forte Tiburtino. Gli archeologi si stupirono di non aver trovato alcuna traccia durante gli sterri per le fondazioni ma dovettero presto ricredersi al momento degli scavi delle fosse destinate alla piantumazione degli alberi ad alto fusto: fu allora che emerse una villa sontuosa, con pavimenti a mosaico e raffinatissime decorazioni ad affresco e stucco. Dal sistema di drenaggio del lussuoso edificio venne fuori anche una scultura: raffigurava il dio Apollo, la faretra appoggiata su un piccolo tronco intorno al quale era avvolto un serpente.  ©Archivio Fotografico MNR
#StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #palazzoMassimo #Apollo #ForteTiburtino

Nel 1877 fu decretata la costruzione di una campo trincerato che difendesse la Capitale da possibili nemici del Regno; la costruzione del sistema difensivo si protrasse fino al 1891 e dotò il perimetro esterno di Roma di una lunga cinta fortificata costituita da quindici forti e tre batterie. I forti, posti a distanza regolare di circa tre km uno dall’altro, vennero collocati in corrispondenza delle vie consolari da cui presero anche la propria denominazione. La costruzione dei forti fu naturalmente l’occasione di rinvenire ville suburbane anche di grande prestigio come quella scoperta durante i lavori per il Forte Tiburtino. Gli archeologi si stupirono di non aver trovato alcuna traccia durante gli sterri per le fondazioni ma dovettero presto ricredersi al momento degli scavi delle fosse destinate alla piantumazione degli alberi ad alto fusto: fu allora che emerse una villa sontuosa, con pavimenti a mosaico e raffinatissime decorazioni ad affresco e stucco. Dal sistema di drenaggio del lussuoso edificio venne fuori anche una scultura: raffigurava il dio Apollo, la faretra appoggiata su un piccolo tronco intorno al quale era avvolto un serpente.

©Archivio Fotografico MNR
#StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #palazzoMassimo #Apollo #ForteTiburtino
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Nei suoi consueti giri in lungo e in largo per la città e per i dintorni di Roma, Gioacchino Mancini capitò nell’aprile del 1915 ad Anzio. Il marinaio addetto al semaforo marittimo, Giuseppe Pezzi, voleva mostrargli delle cose antiche che aveva trovato; Mancini era abituato a questo genere di segnalazioni, si trattava quasi sempre di cose senza valore anche se tutti erano sempre convinti di aver fatto la scoperta del secolo. Anche stavolta la situazione non prometteva bene: il marinaio aveva preparato una distesa di oggetti completamente insignificanti. Osservando con attenzione, però, Mancini si rese conto che qualcosa di buono c’era: due piccoli frammenti intonacati. L’intonaco era fine e c’erano delle lettere dipinte, alcune in nero, altre in rosso: non poteva che trattarsi di un calendario, valeva la pena di saperne di più. Mancini si fece spiegare da dove provenissero i frammenti, poi informò il prof. Pasqui, il Direttore degli Scavi di Roma e del Lazio, che lo incaricò di fare un piccolo scavo. I lavori iniziarono il 3 maggio dello stesso anno: il terreno era ancora una volta della proprietà degli Aldobrandini (lo stesso dove era stata rinvenuta la celebre Fanciulla di Anzio) e gli scavi restituirono oltre 300 frammenti, alcuni dei quali davvero minuti. Per esaminarli tutti ci volle tempo e pazienza; fu determinante il contributo di Edoardo Gatti, della Reale Soprintendenza agli Scavi di Roma, che eseguì con incredibile perizia tutti i lucidi, e di un restauratore attento e intelligente, il Sig. Ottorino Paternostro. Di questa impresa resta traccia nel disegno di lavoro che permise di ricomporre una delle più preziose opere del Museo Nazionale Romano: i Fasti Antiates, l’unico calendario esistente che testimonia l’organizzazione del tempo prima della riforma del 46 a.C.  ©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 5727)  #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #FastiAntiates #palazzoMassimo #Anzio #calendario

Nei suoi consueti giri in lungo e in largo per la città e per i dintorni di Roma, Gioacchino Mancini capitò nell’aprile del 1915 ad Anzio. Il marinaio addetto al semaforo marittimo, Giuseppe Pezzi, voleva mostrargli delle cose antiche che aveva trovato; Mancini era abituato a questo genere di segnalazioni, si trattava quasi sempre di cose senza valore anche se tutti erano sempre convinti di aver fatto la scoperta del secolo. Anche stavolta la situazione non prometteva bene: il marinaio aveva preparato una distesa di oggetti completamente insignificanti. Osservando con attenzione, però, Mancini si rese conto che qualcosa di buono c’era: due piccoli frammenti intonacati. L’intonaco era fine e c’erano delle lettere dipinte, alcune in nero, altre in rosso: non poteva che trattarsi di un calendario, valeva la pena di saperne di più. Mancini si fece spiegare da dove provenissero i frammenti, poi informò il prof. Pasqui, il Direttore degli Scavi di Roma e del Lazio, che lo incaricò di fare un piccolo scavo. I lavori iniziarono il 3 maggio dello stesso anno: il terreno era ancora una volta della proprietà degli Aldobrandini (lo stesso dove era stata rinvenuta la celebre Fanciulla di Anzio) e gli scavi restituirono oltre 300 frammenti, alcuni dei quali davvero minuti. Per esaminarli tutti ci volle tempo e pazienza; fu determinante il contributo di Edoardo Gatti, della Reale Soprintendenza agli Scavi di Roma, che eseguì con incredibile perizia tutti i lucidi, e di un restauratore attento e intelligente, il Sig. Ottorino Paternostro. Di questa impresa resta traccia nel disegno di lavoro che permise di ricomporre una delle più preziose opere del Museo Nazionale Romano: i Fasti Antiates, l’unico calendario esistente che testimonia l’organizzazione del tempo prima della riforma del 46 a.C.

©Archivio Fotografico MNR (inv. foto 5727)

#StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #FastiAntiates #palazzoMassimo #Anzio #calendario
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Erano ormai un paio di anni che l’Isola Tiberina era diventata un grande cantiere; grazie a una cospicua donazione del papa, era stato infatti possibile demolire tutti gli edifici della parte occidentale dell’isola per ampliare e ristrutturare in modo radicale l’Ospedale dei Fatebenefratelli. Da secoli erano così chiamati in Italia i “Frati Ospedalieri” di San Giovanni di Dio, in memoria delle esortazioni che lo stesso santo rivolgeva agli uomini: “fate bene fratelli, per l’amore di Dio!”.
Le demolizioni furono concluse nel settembre 1931 e proprio negli ultimi mesi, tra la terra di riporto emersero i frammenti di una statua che ritraeva una bambina. Doveva essere particolarmente delicata, proprio come la bimba che ritraeva, perché già in antico qualcuno era dovuto intervenire per restaurarla, ricongiungendo la testa al collo attraverso un tassello nascosto dietro la nuca. L’acconciatura dei capelli, tipica dell’età flavia, permise di riconoscere nella bimba ritratta la figlia di Tito, Giulia, morta appena ventenne. I frammenti vennero affidati alle pazienti mani dei restauratori del Museo e finalmente, in una calda mattina autunnale, la statua venne portata nel Chiostro di Michelangelo dove sarebbe stata esposta al pubblico. Il drappo nero, sorretto dagli aiutanti dei fotografi nascosti dietro un’alta scala, riuscì a mettere in risalto il candore del marmo e lo sguardo fiero e pieno di fiducia della piccola principessa.  ©Archivio Fotografico MNR  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #Tevere #IsolaTiberina #OspedaleFatebenefratelli #palazzoMassimo #GiuliadiTito

Erano ormai un paio di anni che l’Isola Tiberina era diventata un grande cantiere; grazie a una cospicua donazione del papa, era stato infatti possibile demolire tutti gli edifici della parte occidentale dell’isola per ampliare e ristrutturare in modo radicale l’Ospedale dei Fatebenefratelli. Da secoli erano così chiamati in Italia i “Frati Ospedalieri” di San Giovanni di Dio, in memoria delle esortazioni che lo stesso santo rivolgeva agli uomini: “fate bene fratelli, per l’amore di Dio!”.
Le demolizioni furono concluse nel settembre 1931 e proprio negli ultimi mesi, tra la terra di riporto emersero i frammenti di una statua che ritraeva una bambina. Doveva essere particolarmente delicata, proprio come la bimba che ritraeva, perché già in antico qualcuno era dovuto intervenire per restaurarla, ricongiungendo la testa al collo attraverso un tassello nascosto dietro la nuca. L’acconciatura dei capelli, tipica dell’età flavia, permise di riconoscere nella bimba ritratta la figlia di Tito, Giulia, morta appena ventenne. I frammenti vennero affidati alle pazienti mani dei restauratori del Museo e finalmente, in una calda mattina autunnale, la statua venne portata nel Chiostro di Michelangelo dove sarebbe stata esposta al pubblico. Il drappo nero, sorretto dagli aiutanti dei fotografi nascosti dietro un’alta scala, riuscì a mettere in risalto il candore del marmo e lo sguardo fiero e pieno di fiducia della piccola principessa.

©Archivio Fotografico MNR

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Sempre interessanti le vostre #storie 😍

Come ogni anno, anche nel 1886, luglio aveva riservato le solite giornate afose; il cielo aveva assunto un colore metallico, quasi si preparasse a una nevicata, ma le temperature dicevano ben altro e neanche il consueto refrigerio serale riusciva ad alleggerire il peso delle giornate di lavoro. Sulla sponda del Tevere lavoravano incessantemente le draghe e si scavano i grandi cassoni per le fondazioni dei “muraglioni”. In quella giornata incolore, a breve distanza da via Giulia, anche i ritrovamenti sembravano non essere da meno. Dal letto del fiume, Rodolfo Lanciani non aveva raccolto che piccoli frammenti di marmo iscritti: niente di integro, poche lettere, nemmeno quel tanto che potesse dare qualche indicazione su una vita passata. La giornata sembrava concludersi senza alcun elemento notevole quando, dalla sabbia, Lanciani vide affiorare, ancora una volta, qualcosa di molto piccolo. Appena più grande delle sue mani, con tracce evidenti del colore antico tra i capelli, le ciglia e il mantello, l’imperatore Caligola sembrava sfidare il suo sguardo incredulo.  ©Archivio Fotografico MNR
Busto miniaturistico di Caligola  #museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #Tevere #muraglioni #palazzoMassimo #Caligola

Come ogni anno, anche nel 1886, luglio aveva riservato le solite giornate afose; il cielo aveva assunto un colore metallico, quasi si preparasse a una nevicata, ma le temperature dicevano ben altro e neanche il consueto refrigerio serale riusciva ad alleggerire il peso delle giornate di lavoro. Sulla sponda del Tevere lavoravano incessantemente le draghe e si scavano i grandi cassoni per le fondazioni dei “muraglioni”. In quella giornata incolore, a breve distanza da via Giulia, anche i ritrovamenti sembravano non essere da meno. Dal letto del fiume, Rodolfo Lanciani non aveva raccolto che piccoli frammenti di marmo iscritti: niente di integro, poche lettere, nemmeno quel tanto che potesse dare qualche indicazione su una vita passata. La giornata sembrava concludersi senza alcun elemento notevole quando, dalla sabbia, Lanciani vide affiorare, ancora una volta, qualcosa di molto piccolo. Appena più grande delle sue mani, con tracce evidenti del colore antico tra i capelli, le ciglia e il mantello, l’imperatore Caligola sembrava sfidare il suo sguardo incredulo.

©Archivio Fotografico MNR
Busto miniaturistico di Caligola

#museonazionaleromano #StorieinArchivioMNR #archiviofotograficoMNR #Tevere #muraglioni #palazzoMassimo #Caligola
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Superbe buste de Caligula

Superbe

🙂

Nel maggio 1890 del Teatro Apollo (che i Romani si ostinavano a chiamare Tordinona, in memoria del vecchio teatro su cui era sorto) non era rimasto più nulla. La sua posizione spettacolare, a picco sul fiume, ne aveva reso necessario il sacrificio al momento della costruzione dei muraglioni. Del resto il Teatro stesso era frequentemente vittima delle inondazioni del fiume, come in occasione della storica prima del Trovatore, nel gennaio 1853, quando, ancora una volta, gli spettatori furono costretti ad accedere attraverso lo speciale ponte mobile che veniva utilizzato a ogni piena del fiume. Nel maggio 1890, nel luogo in cui si trovava il Teatro, esattamente sulla sponda opposta a quella di Castel S. Angelo, gli scavi avevano raggiunto la quota di 5 metri: si stava realizzando uno dei piloni di fondazione dei muraglioni quando, da quelle profondità, emersero le strutture appartenenti a un’edicola circolare circondata da quindici colonne. Al centro era collocata una grande base in marmo; osservandola con attenzione, gli archeologi si accorsero della raffinatissima decorazione costituita da un bucranio dalle lunghe corna sospeso su rami di platano intrecciati a formare una ghirlanda. La presenza di decorazioni raffiguranti pelli di leone su alcuni frammenti di capitelli fecero pensare subito a un santuario dedicato a Ercole. Ancora una volta il Tevere aveva celato e protetto nel suo alveo un segreto tesoro di meraviglie.  ©Archivio Fotografico MNR
Foto Anderson  #StorieinArchivioMNR  #archiviofotograficoMNR #Tevere #muraglioni #TeatroApollo #TeatroTordinona #palazzoMassimo

Nel maggio 1890 del Teatro Apollo (che i Romani si ostinavano a chiamare Tordinona, in memoria del vecchio teatro su cui era sorto) non era rimasto più nulla. La sua posizione spettacolare, a picco sul fiume, ne aveva reso necessario il sacrificio al momento della costruzione dei muraglioni. Del resto il Teatro stesso era frequentemente vittima delle inondazioni del fiume, come in occasione della storica prima del Trovatore, nel gennaio 1853, quando, ancora una volta, gli spettatori furono costretti ad accedere attraverso lo speciale ponte mobile che veniva utilizzato a ogni piena del fiume. Nel maggio 1890, nel luogo in cui si trovava il Teatro, esattamente sulla sponda opposta a quella di Castel S. Angelo, gli scavi avevano raggiunto la quota di 5 metri: si stava realizzando uno dei piloni di fondazione dei muraglioni quando, da quelle profondità, emersero le strutture appartenenti a un’edicola circolare circondata da quindici colonne. Al centro era collocata una grande base in marmo; osservandola con attenzione, gli archeologi si accorsero della raffinatissima decorazione costituita da un bucranio dalle lunghe corna sospeso su rami di platano intrecciati a formare una ghirlanda. La presenza di decorazioni raffiguranti pelli di leone su alcuni frammenti di capitelli fecero pensare subito a un santuario dedicato a Ercole. Ancora una volta il Tevere aveva celato e protetto nel suo alveo un segreto tesoro di meraviglie.

©Archivio Fotografico MNR
Foto Anderson

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